Martedì 2 giugno, ore 21.40

Una signora suonò al citofono del palazzo. Thaïs condensò una nuvola di puntini in mezzo al corridoio e Marc vide il volto della donna. La riconobbe e rimase sorpreso. «Aprile, e dille che l’ascensore è fermo.»

Una voce chiese di attendere e la signora pazientò. Sul lato destro del portone c’erano due targhette: “Laboratoires Lafitte, nano e micro robotica applicata, Centro studi – 3° e 4° piano.” E su quella più in alto: “Vaughn Electronics and Robotics Inc. – European Division SA. Uffici e amministrazione, 1° e 2° piano.”

I capelli biondi, tagliati corti, e un blazer blu monopetto le conferivano un aspetto austero. Sulla spalla, una grossa borsa celeste.

Dei cilindri in acciaio si ritirarono nel pavimento. Poi, con un rumore secco, scattarono le pesanti serrature che dalle venti alle otto del mattino rendevano invalicabile l’ingresso al numero 6 di rue du Renard.

Saliti i primi cinque gradini, la signora rimase imprigionata in una doppia porta a vetri. Capì di essere all’interno di un body-scanner, dove un dispositivo a onde millimetriche la spogliò all’istante, fino alle parti più intime. Filtrò anche il contenuto della borsa, ne elencò tutti gli oggetti, e dopo una verifica del documento elettronico Thaïs apprese che era una pediatra della Croce Rossa.

Uscita dalla trappola, la dottoressa si diresse verso l’ascensore. Trovò la pulsantiera spenta e il volto di un custode virtuale sul display che, scusandosi, l’avvisava che era fuori servizio.

Storse le labbra e imboccò in fretta le scale.

Marc era sul pianerottolo e lei, quando lo vide, gli indicò l’ascensore. In lotta con la gravità, i sei piani le avevano tagliato il fiato.

«È in manutenzione. Vieni Pervin, accomodati.»

«Un momento» disse mentre a fatica saliva gli ultimi gradini. «Devo… riprendermi, prima.»

Nel vederla affannata, le sorrise. «Non vanno aggredite.»

«Le scale? Oh… ho perso il conto di quanti piani siano.»

«Cosa ti porta da me a quest’ora?» domandò curioso.

«Non intendevo disturbarti, pensavo che mi avrebbe aperto una domestica.»

Era risaputo che amava fare le ore piccole in laboratorio. Marc, con indosso una felpa e un pantalone beige, restò a osservarla mentre frugava nella borsa. Al di là del fiatone, gli parve che avesse un portamento più giovane. Era una sua coetanea, di origini armene, si conoscevano dai tempi dell’università e di quegli anni aveva conservato il fisico asciutto, dimostrandone sì e no una trentina.

«Arrivo…» disse lei. Tra le mani le vibrarono un paio di video occhiali un po’ antiquati e sulle lenti lampeggiava un messaggio.

Il viso era pulito, senza una ruga, e gli occhi scuri contrastavano con i capelli tinti di biondo. La leggera gobba sul naso invece, piccolo e fine, era scomparsa.

«Vedo che le pediatre sanno difendersi, sei fresca come un fiore.»

Perfino la bocca gli pareva più carnosa, ritoccata alla perfezione.

«Grazie, e dopo le scale che mi hai fatto fare avrò perso mezzo chilo. Ma non sono venuta per raccogliere complimenti» replicò entrando in casa, con il consueto distacco.

I soliti modi freddi e poco attraenti, pensò Marc. «Mi fa piacere rivederti, è trascorso un secolo.»

Lei gli lanciò un’occhiata perplessa, sembrò di rimprovero. «Tua figlia è ancora sveglia? Devo farle un altro prelievo di sangue.»

Marc si meravigliò, mentre la dottoressa continuava: «Claire non deve più passare in ambulatorio, non è un posto per ragazzine.»

«Scusami, ma… quando sarebbe successo?»

«Questa mattina. Si è fatta una fila di almeno tre ore. Poteva annunciarsi, l’avrei ricevuta subito. Sono stata io a notarla…»

Lui cadde dalle nuvole. «Pervin, credo che tu la confonda con un’altra paziente. Mia figlia è in collegio, a Losanna, con Annie.»

Il volto del medico si fece severo. «Non la confondo proprio con nessuno. Se ti dico che l’ho visitata oggi…»

«Sono in Svizzera, te lo assicuro.»

Le sue narici si dilatarono leggermente. Capitava sempre quando si sentiva contrariata e questo generò in lui una serie di ricordi sgradevoli, legati al periodo in cui avevano convissuto. Si era rifatta naso e bocca, ma non il carattere.

Lei inarcò le sopracciglia e guardò in basso. «Ecco il perché di quel comportamento. Cosa nascondi?»

«Niente, avrai fatto un errore.»

Le narici si fecero più tonde.

«Capisco, non sono affari miei» disse irritata. «Fai come vuoi, però sappi che probabilmente è affetta da un disturbo cronico alle vie respiratorie, te ne sarai accorto.»

Marc sollevò una mano per interromperla, ma senza riuscirci.

«E dire che ho portato perfino un kit per un altro prelievo. Falle fare delle analisi da un medico competente e non mandarla mai più da me.»

«Pervin, l’ultima volta sono venute a casa per Pasqua.»

La donna lo fissò offesa, convinta che fosse una palese bugia. «Pensi che vada in giro alle dieci di sera per fare scherzetti del genere? Vieni a vedere nel quindicesimo in quanti mi aspettano per strada, in fila già dall’alba!»

«Lo so, è un quartiere malridotto.»

«Se c’è una cosa che proprio non mi va giù» proseguì alzando la voce «è quando qualcuno si permette di prendermi in giro. In Svizzera, certo. Tua figlia si è presentata in ambulatorio, malata. Comprendi questa parola? Ma-la-ta.»

Infastidito, Marc serrò le labbra per non perdere la pazienza.

«Ed era sporca e malconcia, un’altra ragione per cui sono qui. Ero sicura che tu fossi nei guai. Quando le ho prescritto le medicine è andata subito a ritirarle gratuitamente nella farmacia dell’ambulatorio e il fatto mi ha stupito molto. Non hai più i soldi per comperargliele? Tu che vivi in un palazzo come questo? Ha perfino fatto finta di non riconoscermi» si infuriò, cercando il pomello per aprire la porta.

«Pervin, aspetta.»

«I ragazzi crescono, e si sa, a sedici anni gli ormoni…» disse dondolando la testa e facendo svolazzare le mani, «ma questo è troppo. Ti sono stata amica, penso, e le ho seguite dalla nascita. Desideri cambiare medico? Basta dirlo.»

Suonò come una rasoiata e Marc si domandò cosa diavolo le avesse preso.

«Le ho chiesto di te e non ha aperto bocca. Si è messa nei pasticci e ti è scappata di casa?»

 

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