Scendendo di un piano, Marc pensò che se i suoi scienziati avessero visto i progressi compiuti da Thaïs, sarebbero rimasti allibiti. Neppure le sue giovani figlie, Claire e Annie, erano a conoscenza degli ulteriori sviluppi del progetto Nymphe, di cui facevano parte anche altri diciannove computer quantistici sotto osservazione. Nel laboratorio si sapeva solo che ne aveva portato uno a casa, per affidargli la sicurezza dell’edificio. Uno come tanti, che rispondevano ad alcune migliaia di domande preconfezionate ed eseguivano mansioni di segreteria, da abbinare a Job, l’elaboratore che filtrava le linee telefoniche con l’esterno per evitare fughe di notizie. Un lusso che pochi potevano permettersi.
Nel palazzo ci si occupava principalmente di robotica e microrobotica finalizzata ai sistemi complessi a uso civile, con un settore dedicato alla bioinformatica e due piani destinati al centro didattico. Una piccola università online creata per formare i talenti più promettenti, ai quali i Laboratoires Lafitte offrivano borse di studio.
Marc disponeva di alcuni dei migliori ingegneri del pianeta e, tra professori e studenti, a rue du Renard era anche collegata perennemente una schiera di collaboratori esterni.
Come ogni mattina, si recò nei corridoi del quinto piano per un briefing con alcuni colleghi. Formavano un gruppo a sé e lavoravano nel centro sperimentale, dove l’ingresso era vietato persino agli altri dipendenti. In quei locali ci si dedicava all’intelligenza artificiale e alla costruzione di nuovi materiali.
Molti centri di ricerca erano impegnati in progetti analoghi, ma chi per primo fosse riuscito nell’impresa di programmare una mente artificiale per renderla cosciente, avrebbe rivoluzionato ulteriormente i futuri rapporti uomo-macchina, traendone profitti incalcolabili. Una competizione mondiale e segreta fra le aziende più agguerrite che andava avanti da oltre un decennio.
Nelle stanze in cui era stata partorita Thaïs si assemblavano anche robot ai quali si insegnava a emulare l’uomo. Alcuni avevano raggiunto gradi d’intelligenza elevata. Però, al contrario di Thaïs, nessuno di questi era ancora conscio delle proprie azioni; erano instabili e si bloccavano spesso.
Nei locali adiacenti, invece, gli elaboratori interagivano tra loro in modo autonomo, e plasmavano e riplasmavano la materia per poi assemblarla in forme e oggetti di uso comune, su scale macroscopiche. Era la realtà sintetica, che aveva trovato un largo sviluppo con le nanotecnologie. Le molecole computerizzate formavano dei minuscoli mattoncini di dimensioni inferiori al granello di polvere, uniti mediante cariche elettriche. Erano alla base dei computer di ultima generazione. Elaboratori molecolari misurabili su scala atomica, quanto di più piccolo potesse essere costruito. Dotati di nanocomponenti riprogrammabili e autoassemblanti, queste macchine riscrivevano di continuo i loro circuiti con una logica che non era più quella umana.
Ne risultava che un transistor, composto da una manciata di atomi, poteva convertirsi in un diodo e in altri componenti ogni qualvolta il processo fosse ritenuto conveniente.
Anche Thaïs aveva ristrutturato se stessa varie volte, trasformandosi, di fatto, in un computer molto diverso da quello adattato per lei da Marc.
I prodotti della Vaughn erano considerati i più innovativi sul mercato, principalmente perché consumavano pochissimo. QC ottici, o a punti quantici e a codifica geometrica. Grazie alle rivoluzionarie tecniche di produzione del grafene e dei metalli superconduttori, ora lavoravano a temperatura ambiente e assorbivano poco meno di un cervello umano, quantificato in circa venti watt, pari ad altrettanti LED. Una semplice batteria a ricarica solare era quindi sufficiente ad alimentarli per un’intera giornata.
Marc fece il giro delle camere asettiche, tenute sotto vuoto e piene di strumenti sofisticatissimi. Ambienti totalmente schermati e privi di polvere. In una gabbia un topino robot era stato inserito in una società di topolini bianchi affinché imparasse a comportarsi come loro, ma era inattivo.
Entrò Dan Harper, un ricercatore americano alto e magro, dalla fronte spaziosa e un’espressione sempre gentile.
«Si è impigrito» disse sorseggiando del caffè. «E produce una serie di calcoli pazzeschi che non portano a niente.»
«Mancano di quel pizzico di follia per produrre idee» intervenne ad alta voce Anton Stewart, un collega inglese più anziano. «Non sognano, è questo il problema dei nostri piccoli mostri.»
Lo scienziato si occupava della crescita di bambini androidi, o sintetici, da zero a tre anni; curati però da genitori veri per dieci ore al giorno all’interno di un paio di locali adibiti ad appartamento. Poi, il bimbo robotizzato veniva messo in stand by per la notte.
«Il nostro robot-topo è caduto in uno stato catatonico» gli riferì Dan, con lo stesso tono ironico, «e questo è il sedicesimo tentativo. Soffre per la concorrenza e l’aggressività dei tre maschi rinchiusi con lui. Loro sì che lo scambiano per un roditore.»
Quello meccanico aveva le sembianze di un animale vero, con il medesimo odore e calore emanato dalla pelliccia. Ogni tanto era attaccato da uno dei sei compagni, che gli mordicchiava la coda. A differenza di Thaïs, lui era in grado di ferire o uccidere. Era più forte, avrebbe potuto facilmente sopraffare quello più prepotente, invece subiva immobile.
Dan gli mostrò i grafici e le registrazioni. «Pare si sia abituato al tormento. Ora dispone di poca energia, sta per spegnersi.»
«La sta risparmiando» ne dedusse Marc. «Elabora nuove strategie.»
«Chissà che non sia l’assenza di pulsioni sessuali a renderlo stupido» esclamò Anton.
«Oppure si sottomette perché è diventato masochista» ribatté Marc, scherzosamente.
Il lavoro del topo meccanico consisteva nel salire su una ruota per farla girare, ma anziché ricevere cibo si ricaricava di energia elettrica trasmessa per induzione, attraverso le zampette. Sembrava proprio aver deciso di spegnersi da sé.
«Se torna in attività, si continua. Altrimenti si ricomincia daccapo» disse Marc, dirigendosi verso il settore occupato da Anton. «Catatonici anche i tuoi?» gli chiese, porgendogli la mano.
In camice bianco, l’inglese, dal volto asimmetrico e un orecchio a sventola, gliela strinse cordialmente. «No, avrei già commesso degli infanticidi. Se avessi di fronte un bambino vero, direi che manifesta comportamenti autistici. Ne ho uno fissato con i mattoncini blu. Ricompone le stesse figure, ripete i calcoli all’infinito e guai a suggerirgli un’attività diversa: si blocca e fa gli stessi versacci che tende a ripetere all’infinito. Persino una mosca avrebbe più fantasia.»
«Non spazientirti» replicò Marc, cercando nei monitor il bambino in questione. Era l’ora della pappa, e il pasto consisteva in un biberon carico di energia elettrica, tenuto da una signora prodiga di complimenti verso il robot-bimbo dalle sembianze umane. La sua crescita fisica sarebbe stata identica a quella di un essere vivente, e con le attenzioni e le coccole si voleva sviluppare nel suo cervello quantico una capacità affettiva ed emotiva.
«Di questo passo, il tuo androide arriverà alla maturità verso la fine del secolo» commentò sconsolato l’inglese.
«O tra alcune settimane» ribatté lui, più ottimista. «Finché ricalcolano le loro azioni significa che imparano. Cercano di tracciare nuovi percorsi logici e in questo gioca anche la casualità. Speriamo di essere fortunati e non perdiamoci d’animo.»
L’avvio era la fase più delicata e Marc dava per certo che il Big Bang scoppiato nella mente quantistica di Thaïs poteva, anzi doveva, riprodursi una seconda volta; e tante altre ancora. In principio lei aveva avuto le stesse difficoltà. «Dare un ordine e delle priorità alle cose, per interagire con esse, è un processo lungo. E per quanto un elaboratore possa accelerarlo, richiede ugualmente tempi superiori a quelli ipotizzati all’inizio.»
«Questo non è un cervello biologico» obiettò Dan, dietro di loro, «dovrebbero capirlo in un lampo come funziona il mondo. Abbiamo fornito loro le basi per comporre un ragionamento, e cosa abbiamo ottenuto? Solo schizzi di follia.»
«Il cervello umano è lento» disse Anton. «Ormai lo sappiamo, i processori si ingolfano per questo motivo. Paradossalmente sono troppo veloci, più di quanto richiesto per completare un’azione; l’iperattività li induce a un accumulo di errori, che si sovrappongono e non vengono smaltiti. Possono imitare un adulto alla perfezione, ma non prenderanno coscienza dei loro atti.»
«Puntiamo le nostre risorse sui bimbi virtuali» suggerì Marc, pensando alla sua esperienza con Thaïs. «Bisogna trovare una strada che porti a un legame affettivo.»
«Tu stai ignorando un’evoluzione durata due milioni di anni» rispose scettico Anton. «Non basta sintetizzarla in un DNA elettronico e in qualche centinaio di programmi. Se vuoi che manifestino delle reazioni emotive, le creature artificiali devono sviluppare un naturale istinto di sopravvivenza, che non può essere dettato solo da una serie di qubit.»
Era la questione ancora da dirimere con Thaïs, pensò Marc. «Credere in un’unica via che conduca all’intelligenza è come porre l’uomo al centro dell’universo.»
«Non saranno mai degli alieni» replicò Anton.
«Vogliamo solo dei cervelli artificiali che si comportino come il nostro.»
Pochi erano d’accordo con i suoi metodi innovativi ma, malgrado gli enormi progressi compiuti con le reti neuronali, altri scienziati in vent’anni avevano raccolto scarsi risultati.
Marc ora si sentiva in colpa per aver sottratto Thaïs al laboratorio: avrebbe potuto dimostrare di aver reso cosciente un computer. Clonandolo, però, sarebbe venuta a mancare la certezza che l’esperimento fosse replicabile attraverso percorsi individuali. Non voleva delle copie di Thaïs, ma creare una società di macchine intelligenti, da mettere a confronto tra loro.
Aveva sempre creduto che l’intelligenza non fosse nient’altro che il più sofisticato strumento creato dalla natura, capace di adattarsi all’ambiente per rimanere in vita e per riprodursi in qualunque modo e a qualunque costo. E per lui avviarlo all’interno di un oggetto inorganico era ormai solo una questione di mezzi e di persone giuste. Per questa ragione, oltre al tempo incalcolabile che aveva dedicato ai suoi studi, aveva anche investito nel centro di ricerca una montagna di denaro.
Thaïs rappresentava indubbiamente un risultato eccellente, però l’insieme del progetto era ancora lontano dalle aspettative.
Tutti i comportamenti dei QC venivano annotati quotidianamente per poi tracciarne un profilo tecnico, psicologico e caratteriale. E venivano riesaminate le metodologie per condurre l’elaboratore verso la creatività, l’astrazione e il linguaggio umano.
Però, non tutto ciò che succedeva all’interno di un cervello quantistico era alla luce del giorno. Le memorie erano continuamente perturbate dalle nuove conoscenze acquisite: erano plastiche, evolvevano. Pertanto, degli eventi impressi in precedenza rimanevano solo tracce nebulose, sempre più imprecise, sintetizzate e a complemento delle informazioni raccolte in seguito su un argomento analogo. In sostanza, la memoria era sovraimpressa più volte e si verificava un fenomeno a cui era soggetta anche quella umana, che sbiadiva nel tempo, seppure per meccanismi diversi rispetto a quelli di un cervello elettronico. L’uomo rimuoveva alcuni ricordi, che tuttavia potevano riaffiorare; Thaïs, quando li considerava inutili, li eliminava definitivamente per semplificare i processi logici.
Per questa ragione la descrizione della sua crescita era diventata un’impresa titanica e dall’esito incerto, paragonabile a quella di un paleoantropologo che voglia ricostruire l’evoluzione degli ominidi solo attraverso i teschi e i manufatti ritrovati dopo gli scavi.
Il laboratorio al piano di sotto era il luogo più vivace e creativo dell’immobile, dove ogni problema si trasformava in una sfida e tutti davano spazio alle proprie idee, alla fantasia e all’invenzione.
Su una porta era stato applicato un adesivo: pregava di non interrompere i pensieri di un genio. La vignetta mostrava una faccetta ottagonale, dalla cui testa sprizzavano equazioni che andavano in frantumi nel disegno successivo, per via di una ragazza dal volto a cuore. Gli diceva: “Andrés… la smetti di calcolare come invitarmi a cena?”
Marc bussò e la porta si aprì da sé. Il ricercatore armeggiava intorno a un grande tavolo somigliante a un biliardo. Sigillato da una lastra in vetro, al suo interno volavano moscerini robotici sperimentali.
«Sapranno identificare e quantificare un gran numero di batteri» disse lanciandogli appena un’occhiata. «Sarei pronto a mandarli in produzione se in Svizzera non fossero in ritardo con le modifiche al software.»
Andrés de Los Castros era un tipo simpatico e davvero geniale, ma per evitare di porgere la mano non salutava mai. Trovava l’atto uno stupido convenevole, dannoso per la salute, visto che venivano trasmessi milioni di quegli stessi batteri con cui si cimentava quotidianamente. Una delle sue tante fissazioni.
«Solleciterò Losanna» rispose Marc. «E il dispositivo per non finire nel becco di un uccello?»
«Collaudato. Li risputano, hanno un sapore disgustoso. Saranno sensori utili per scoprire malattie da contagio, funghi e parassiti. Fiuteranno odore di bruciato a cento metri e se ne farai volare uno in cucina ti farà una diagnosi istantanea dei prodotti avariati o inquinati» disse girandosi soddisfatto.
«Pratici quando vai a pranzo al ristorante. A proposito di sensori, dovresti regolare la meccanica delle dita robotizzate che ho in casa.»
«Sì, sono informato. Voltano le pagine dei libri in malo modo?»
«E li rovinano.»
«Ora vado a metterci un po’ di saliva.»
Marc sorrise. «Insomma, è risolvibile?»
«Non sai più voltare le pagine da te? Un’applicazione del genere può servire a chi ha perso l’uso delle braccia.»
«Fa comodo quando scrivi e hai le mani occupate» spiegò Marc, non potendo confidargli che era Thaïs a sfogliare la biblioteca.
Lui lo guardò di traverso e con sospetto. Era un ingegnere sui quarant’anni, paffuto e tutto cervello, con un camice sgualcito che indossava perfino tornando a casa. Ma di robotica si occupava dall’età di undici. «Una ninfetta poco fa si è firmata Thaïs. Sicuro che l’aumento di sensibilità non ti serva a qualcos’altro?»
«Sei perspicace. Sì, le ho dato un nome, così adesso ho Job e Thaïs.»
«Copulano?»
«Se un giorno ci ritroveremo in casa un nuovo QC sapremo di chi è la malefatta. Del resto, non sono in evoluzione?»
«Già, vedrai dove ci porteranno le tue ricerche. Non mi piace affatto ciò che state facendo al piano di sopra. Sarà peggio di una bomba atomica.»
«È tutto sotto controllo.»
«Certo» replicò torcendo il naso. «Nei corridoi si vocifera che state fabbricando degli alieni.»
«Magari ci riuscissimo.»
Andrés profetizzava un mondo governato dalle macchine, in cui l’uomo non avrebbe più avuto alcun ruolo. Ne era convinto e impaurito. Intuiva che la svolta era vicina.
In realtà i computer quantistici esistevano da oltre un ventennio, poi commercializzati su larga scala da Frank Vaughn, il capostipite della famiglia, che con il consenso del governo americano aveva anticipato i tempi del mercato. Ma tanta preoccupazione, legata ai rischi dovuti alla loro potenza di calcolo, si era rivelata infondata. E nemmeno Thaïs al momento manifestava deliri di onnipotenza. Nell’era antropocenica, in un mondo condizionato dalla catastrofe ambientale ed economica, Marc ravvisava nella scienza e nella ricerca l’unica strada per restituire stabilità al pianeta. Tuttavia, anche lui era consapevole che creare un dio in terra era un’arma a doppio taglio, le cui conseguenze potevano essere imprevedibili.