Thaïs informò Marc che erano le dieci, ora in cui era solito scendere nei laboratori.

Sull’ampio tavolo del suo studio, in legno chiaro, erano ammucchiate una quantità di oggetti in perenne disordine: cartelle, dépliant, display avvolgibili per vergare appunti o elaborare grafici, e pile di pubblicazioni scientifiche dalle quali spuntavano post-it di vario colore, le cui priorità erano note solo a lui. Alle sue spalle, una libreria riempiva l’intera parete.

La sua ragazza virtuale da qualche tempo divorava un libro dietro l’altro; da quelli in digitale, che scaricava e memorizzava in un batter d’occhio, a quelli cartacei, più rari, che trovava nella biblioteca di casa o in quella del laboratorio ai piani più bassi. Non era un semplice immagazzinamento di dati, ma un processo di apprendimento analogo a quello di un comune studente.

La sua velocità di elaborazione, però, la favoriva soltanto in parte: idee, concetti e teorie talvolta richiedevano del tempo per essere assimilati. Le maggiori difficoltà le incontrava sfogliando letture che esigevano un esteso grado di astrazione, come quelle che trattavano di etica o di filosofia.

Nel limite del possibile, Marc le veniva in aiuto e aveva ingaggiato per lei una schiera di professori universitari, ignari di insegnare a un elaboratore.

Il giorno prima aveva acquistato due volumi datati del teologo e scrittore svizzero Hans Küng, un altro di etica, e cercato degli articoli che ora tentava di ritrovare nell’apparente confusione.

Quando saltarono fuori anche gli ultimi fogli, li spinse verso Thaïs.

«Per te, qualcosa su cui meditare.»

Altre braccia robotiche si allungarono dall’alto per trasportare il materiale sul lato opposto del tavolo, nello spazio a lei destinato.

Le abili dita meccaniche, coperte di pelle sintetica, iniziarono a sfogliare le pagine bruscamente e con velocità eccessiva.

«Così le rovini, hai fretta?»

«Questi polpastrelli non sono adatti per sfogliare i libri.»

Marc pensò all’amico ingegnere che aveva realizzato in casa il sistema domotico. «Chiedi ad Andrés di regolarne l’umidità e la pressione. Nel frattempo cerca di fare attenzione.»

Il ritmo rallentò, la sua ninfa tirò un sospiro d’impazienza e fece una smorfietta.

Prima di uscire, Marc ascoltava sempre i messaggi arrivati nella notte, provenienti soprattutto dagli Stati Uniti, causa il diverso fuso orario.

Tra i tanti quel giorno ce n’era uno del fratello Jim, che abitava a Washington con sua madre. Fisicamente gli somigliava, ma non nell’espressione perennemente tesa o nel sorriso strafottente.

«Ciao Marc, la mamma si sta facendo corteggiare da Walter Leavitt» diceva Jim, con la consueta durezza nella voce. Lo smoking color panna e il farfallino indicavano che era rientrato da una serata mondana, e il ciuffo ribelle sulla fronte era tenuto a freno con la lacca.

Per via di insanabili dissidi dovuti a motivi ereditari e familiari, comunicavano raramente, di solito per interposta persona.

«Sapendo in che mondo vivi il suo nome potrebbe non dirti niente. Lo chiamano l’armatore, ma è ben altro. Oggi è una vera potenza economica. È tra gli uomini più influenti del pianeta, ha settant’anni e ne dimostra venti in meno. Dal padre ha ereditato una delle più grandi catene di pizzerie sparse nel mondo e si è costruito un impero con i cantieri navali. Poi ha fatto anche fortuna in borsa, con le biotecnologie e le bioenergie.»

“Tutto qui?” si disse Marc, per niente impressionato.

«Credo abbiano una relazione, è sempre con lei, e il peggio è che sta mirando a mettere le mani sulla Vaughn. Ho ricevuto una soffiata da Linda che, guarda caso, si è ritrovata a lavorare per lui. La mamma ha proprio perso la testa: se si farà abbindolare e gli cederà le quote di maggioranza, capisci con chi avremmo a che fare?»

Linda, la moglie di Jim, era avvocato e socia di un rinomato studio legale di Washington, al servizio di politici e imprenditori. Marc la considerava onesta e la stimava, al marito non avrebbe mai raccontato una fesseria.

«A te sembrerà incredibile, ma se n’è innamorata» proseguiva Jim, ripreso dalle telecamere in sequenza automatica. Alzò il tono della voce e il suo volto balzò in primo piano: dall’espressione torva degli occhi, Marc dedusse che la circostanza lo rendeva furioso.

«Dovresti vederla, sta ringiovanendo anche lei e gioca a fare la ragazzina. Ho tentato di parlarle, ma inutilmente. Se vieni a Washington, forse ascolterà te. Poco fa eravamo da lui, vive in una reggia a due passi dal congresso e Linda non si stupirebbe se annunciassero il loro matrimonio. Dammi tue notizie e… grazie.»

Jim non era un tipo che ringraziava.

Caratterialmente all’opposto del fratello maggiore e influenzato dal nonno sin dall’adolescenza, conservatore, militarista e vicino all’estrema destra americana, aveva sempre mal sopportato le idee progressiste di Marc e di un padre schierato a sinistra, con il quale aveva tagliato ogni rapporto all’età di vent’anni. In conflitto sin da ragazzi, alla Francia aveva preferito i college di Boston, negli States, mentre lui era cresciuto a Parigi. Così, la madre era stata costretta a dividersi tra due continenti e due società culturalmente agli antipodi: la vita mondana americana da un lato e gli intellettuali socialisti parigini sulla sponda opposta dell’Atlantico. E per il grande affetto che maman nutriva per Marc, Jim aveva sempre sofferto di gelosia.

Ma l’ostilità tra i due rami della famiglia aumentò a dismisura quando Marc, in gioventù, fu costretto a difendersi da un’accusa per attività sovversive e troppe amicizie nella comunità degli hacker. E alla morte del vecchio la divisione del patrimonio peggiorò ulteriormente la situazione, in particolare dopo che Marc aprì un proprio laboratorio a Parigi, a due passi dal Beaubourg.

I loro rapporti erano migliorati solo negli ultimi tempi, quando da quel luogo creativo, ai piani inferiori, videro la luce prodotti che trovarono subito mercato e tornarono ad arricchire l’industria di famiglia.

Non fosse stato per il rispetto che aveva per la madre, Marc si sarebbe disfatto volentieri della Vaughn, visto che non l’aveva mai considerata una cosa sua. Nonché per i pessimi rapporti intercorsi negli anni tra lui e il nonno: innegabilmente un grand’uomo, ma della specie dei pescecani.

Da ragazzo ebbe l’ardire di dirglielo in faccia: fu un vero affronto e segnò la sua sorte. Da allora fu confinato a Parigi.

«Messaggio per Jim» disse Marc. «Buongiorno, la mamma ha ormai l’età per sbrigarsela da sola con un corteggiatore, seppure potente e ricco sfondato. Cedergli le sue quote? Mi pare eccessivo, sarà una sbandata passeggera. La Vaughn va a gonfie vele e, per quanto il mercato si sia ristretto, siamo più solidi che mai.»

Pensò alle eventuali conseguenze rappresentate da un matrimonio del genere.

«La Lafitte Lab e il mio pacchetto azionario non lo avrebbe mai, e senza il mio laboratorio, oggi la Vaughn varrebbe meno. Se ha bisogno di tecnologia ben venga un nuovo cliente.»

Rifletté ancora un attimo e sorrise.

«Maman innamorata? Okay, mi hai incuriosito. Inventerò qualcosa per chiederle come stanno le cose.»

Il messaggio, criptato con i codici della Vaughn, venne spedito all’istante. «Alle diciotto ricordami di chiamarla» disse rivolto a Thaïs. A Washington era ancora notte fonda.

«È arrivato Andrés. Gli ho spiegato il problema riguardante i polpastrelli, lo faccio salire?»

«No, scendo io. Può tarare le dita da remoto.»

Nascosto in un vano del tavolo, l’oggetto che quella mattina ottenne un nome proprio era il progetto più importante da lui realizzato, al quale aveva lavorato per oltre un decennio, riuscendo alla fine a portare a compimento un’impresa ritenuta impossibile fino a qualche anno prima. Dopo le tante modifiche strutturali apportate insieme al suo staff di collaboratori, il processore conservava solo alcune funzioni del QC originario. Poteva essere definito un fenomeno unico in uno stato quantico, complesso al punto da sfuggire talvolta alla sua stessa comprensione.

«Ti ricordo che se dai laboratori vorrai parlare con me devi applicare gli smart-tatoo» gli disse Thaïs.

«Okay, provvedi tu?»

Una mano robotica cercò in un cassetto una scatolina verde. L’aprì ed estrasse delle pellicole sottili e trasparenti.

«Mettiti seduto e reclina la testa.»

Un paio di tatuaggi elettronici vennero collocati sulla sua gola all’altezza della laringe, con delicatezza e precisione. Le pellicole, potenti quanto un computer, erano elastiche e aderirono alla pelle grazie alle forze elettrostatiche naturali. Thaïs si alzò e si chinò su di lui per verificare se avessero aderito. Un gesto formale, dato che le dita meccaniche avevano sulla punta delle microtelecamere. Sapeva con precisione dove aveva posto quelle interfacce.

«Fatto» disse affettuosamente.

«Soddisfatta?» pensò Marc.

«Se non mi comportassi come un tuo simile, risulterei poco credibile.»

«Vedo che mi hai sentito.»

In caso di bisogno, ora poteva comunicare senza più aprire bocca. I pensieri avrebbero attivato inconsciamente i nervi indirizzati alle corde vocali e alla lingua, percepiti dai sensori e ritrasmessi in wireless.

Cercò nelle lenti il puntino rosso che l’avrebbe scollegata dalla sua mente.

I tatoo intelligenti, estensioni del suo corpo e preferibili ai chip da iniettare sotto pelle, sostituivano la carta d’identità digitale; se ne fosse stato sprovvisto, non avrebbe potuto aprire neppure una porta del laboratorio.

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