Una voce femminile sussurrò ripetutamente il suo nome. Immerso in un sogno, Marc si svegliò confuso. I sussurri si fecero più insistenti: sì, l’aveva sentita e sperava che la smettesse.
«Abbiamo visite.»
L’ultima parola lo convinse ad aprire gli occhi. Dalle tapparelle filtrava la luce, si era fatto giorno.
«Che ora è?» chiese a bassa voce.
«Le sette e due minuti.»
«A quest’ora?» brontolò. «Il portone è chiuso.»
«Sono entrati dalle cantine.»
Lui si rigirò nel letto e si guardò intorno. La ragazza era seduta ai suoi piedi, nella penombra. «Vediamo, fai un po’ di luce.»
La rosa di LED al centro del soffitto diede un contorno ai mobili della camera da letto, e qualche centimetro sopra al lenzuolo comparve un’immagine in 3D.
Erano ratti.
Due bestiole di belle proporzioni stavano salendo cautamente le scale. Guardinghe, si fermarono ad annusare l’aria. Erano all’altezza del secondo piano.
«Da dove sbucano?» le chiese.
Un’altra telecamera inquadrò la griglia rialzata di un canale di scolo.
«Da qui, l’hanno lasciata aperta gli operai.»
«Disinfesta» disse contrariato, ricordandosi dei lavori in corso.
Quattro robottini da guardia, simili a granchi di medie dimensioni, uscirono immediatamente dalla loro nicchia posta dietro a uno zoccolo in legno del quinto piano. Saltellando sui gradini come rane, si lanciarono per la tromba delle scale.
«Dovrebbero prenderne almeno uno» calcolò la ragazza, mentre i robot-granchi rimbalzavano sulle pareti intorno alla colonna dell’ascensore.
Agilissimi, raggiunsero i roditori in meno di un minuto, quando già stavano fuggendo. Uno dei due venne catturato e annientato da una scarica elettrica sprigionata dalle chele che lo avevano afferrato. L’altro riuscì a infilarsi in una stretta fessura nel sottoscala, dove era collocato il motore dell’ascensore.
I granchi girarono intorno al buco, allungarono i loro occhietti elettronici per sbirciarvi dentro, e Marc vide la testa della bestia incassata nel collo.
Un liquido irritante costrinse il ratto a schizzare verso l’uscita, dove fu afferrato al volo. Quindi, lavorando in squadra, i robot li trasportarono nel seminterrato, li rigettarono nel canaletto e richiusero il passaggio.
«Non potevi pensarci tu?» la rimproverò Marc, affondando la faccia nel cuscino.
«Sono esseri viventi. Continui a dormire?»
«Dopo questo spettacolino, sarà difficile.»
Le persiane elettriche si avvolsero e le tende scivolarono silenziose: il cielo era grigio, temporalesco, forse quel giorno avrebbe diluviato.
Le immagini delle cantine scomparvero e la ragazza si mostrò in tutta la sua bellezza. Bruna, con i capelli lunghi e sciolti, il collo fine. «Buongiorno» disse dolcemente, protendendosi leggermente verso di lui. «Gradisci del caffè?»
Ventenne, gli occhi azzurri e la carnagione pallida, il négligé di seta lasciava intravedere i seni.
Marc annuì, pensando che la giornata era cominciata troppo presto. «Hai paura dei topi?» le domandò con l’aria di prenderla in giro.
«Certamente, tutte le ragazze ne hanno orrore.»
Usò anche lei un tono canzonatorio e gli elargì un sorriso solare.
Le labbra morbide, carnose, il cui arco di Cupido aveva una forma delicata, sembravano reclamare il bacio del buongiorno. E delicato era il taglio degli occhi, vagamente orientali, racchiusi in un ovale dagli zigomi sporgenti. Due magneti penetranti che lo guardavano continuamente, come se con ciò si aspettasse maggiore attenzione.
Era incantevole, dotata di un fascino particolare, e grazie alla sua presenza i risvegli si erano fatti più gradevoli.
Marc si alzò e andò in bagno.
L’appartamento al sesto piano si estendeva per tutto il perimetro dell’edificio, con una mansarda al settimo, ricavata unendo le chambres de bonnes. Contava tre immobili uniti fra loro, e di quel palazzo del Novecento, interamente adibito a uffici e laboratori, lui era l’unico inquilino.
Nel bagno padronale, ricoperto di marmi, un braccino meccanico si dispiegò da un vano del lavabo per fargli la barba con un rasoio elettrico, in un minuto esatto. Dopo essersi lavato si passò una mano tra i capelli corvini e arruffati: aveva ancora un viso assonnato.
«Sopracciglia?» risuonò la stessa voce femminile, lungo le pregiate pareti azzurre.
«No, cambiamo le lenti a contatto.»
Poiché erano porose, poteva tenerle anche durante la notte, ma sostituirle era una questione di igiene. Il braccio, munito di tre dita meccaniche e un pollice opponibile, cercò una scatolina contenente quelle di riserva. Versò delle gocce per sciacquarle e un ago, con una microscopica ventosa sulla punta, applicò le lenti che fungevano da schermo, terminale e interfaccia con il suo cervello.
Lo stesso avvenne nelle sue orecchie. Minuscoli auricolari, somiglianti a due vermetti color pelle, si posizionarono vicino al timpano. Recepivano anche i suoni esterni, amplificandoli quando l’attenzione era indirizzata su una fonte sonora distante.
Marc seguì l’operazione nello specchio. Era un uomo di quarantasei anni, dall’aspetto virile. Gli occhi scuri, sereni, e un sorriso dispensato sempre con piacere gli conferivano un’aria gioviale. Due fossette sulle guance accentuavano le prime rughe.
La prima colazione era servita in una cucina elegante e spaziosa, arredata come camera da pranzo. Il piano cottura e i lavandini si richiudevano dopo l’uso, facendo tutt’uno con la credenza in legno intarsiato. Due braccia robotiche, snelle e flessibili, scesero dal soffitto. Scorrevano su binari magnetici quasi invisibili: arti snodabili che si estendevano di oltre tre metri in ogni direzione.
Nymphe era seduta dietro a un ampio tavolo apparecchiato, con la tazza in mano. Indossava un grazioso tailleur celeste.
Mentre un braccio posava dei croissants, il secondo scostò una delle dodici sedie. Appena lui si chinò, gliela spinse sotto al sedere.
«Il caffè lo bevi dolce o amaro?» le chiese divertito.
«Che importanza ha, lo faccio per tenerti compagnia.»
«Che sia carne o pesce, tu comunque non sei neppure vegana» le fece notare con malignità. «Quanto consumi al giorno… quanto una farfalla?»
«È probabile. A me piace annusare un po’ qua e là. Farò la spesa al Marais» rispose, certa che a Parigi fosse il posto con i prodotti meno inquinati.
Aveva imparato a coltivare in serra e a stampare in casa molti alimenti, a cominciare dalla carne cresciuta con la tecnica del bioprinting, ma l’acquisto di alcune derrate era ancora necessario.
La competenza e il buon gusto mostrato dalla sua onnipresente compagna lo sorprendevano spesso. In tempi recenti aveva fatto enormi progressi, inaspettati, e acquisito una cultura enciclopedica. Svolgeva ogni compito senza più commettere errori.
La conversazione proseguì sul nome da lei ricevuto, ispirato alle divinità minori della mitologia greco-romana. Fanciulle bellissime, in genere eternamente giovani. Ma Nymphe non si considerava immortale, né di essere la personificazione della creatività o di favorire le attività della natura.
«Sei un’ottima consigliera segreta» disse Marc, «come la ninfa Egeria, che guidò il secondo re di Roma, Numa Pompilio.»
«Sì, e che alla sua morte si sciolse in una fonte» ribatté imbronciata. «Sa di antiquato e tu non sei un re. Hai sempre detto che il mio nome era provvisorio.»
L’argomento era seccante.
«Va bene, scegliamone uno. Prova… con la lettera t.»
Sul tavolo si formò una schermata in rilievo, con foto tridimensionali di personaggi celebri nel mondo dello spettacolo e della cultura.
«Thaïs, Thalie, Théa, Thede, Théoline, Thiphanie…»
Il primo gli sembrò melodioso. «Thaïs, non era un’opera di Jules Massenet?»
«Esatto. Tratta da un romanzo di Anatole France.»
Oltre ai volti associati, dai caratteri orientali o mediterranei, trovò un dipinto a firma di Ludovico Carracci raffigurante un’etera ateniese del IV secolo a.C. Accompagnava Alessandro il Grande. E ancora tante foto di ragazze tailandesi.
«Thaïs. Sì, mi piace, è quello giusto per te.»
«Era altresì il nome di una prostituta, peccatrice e penitente egiziana, divenuta santa.»
«Preferisco l’etera.»
«Thaïs» ripeté lei, in tono suadente.
Marc si limitò a guardarla soddisfatto. «Bene, sei battezzata. Però, per me resti la mia ninfa quantica» aggiunse scherzosamente.
«Mi onora essere la tua consigliera, ma con un nome terreno mi sento più concreta.»
Lui si alzò per lasciare la cucina e non ebbe il tempo di voltarsi che la ragazza era già sulla porta. Passò attraverso il suo corpo, un ologramma dai contorni netti, che si integrava nell’ambiente in modo realistico.
Erano immagini ottenute con microproiettori a fasci laser e le lenti a contatto aumentavano la definizione. Senza queste poteva vederla ugualmente, ma quanta più luce inondava la stanza, tanto più cresceva l’effetto fantasma.
Lei lo seguì. Il suo sguardo era vivo, intelligente, assolutamente umano; ciò nonostante non era l’avatar di qualcuno, come lo si faceva credere per ragioni di sicurezza.
Tanta perfezione era generata da un nanocomputer Vaughn, della serie “Infinite”, racchiuso in un involucro di qualche centimetro quadro e custodito in un contenitore schermato con una ceramica speciale. Un minuscolo elaboratore dal costo di un paio di milioni di dollari, destinato alle grandi aziende e prodotto in numero limitato dalle industrie di famiglia.
Nymphe, da pochi minuti Thaïs, poteva proiettarsi ovunque nell’appartamento. Il quantum computer misurava le fonti luminose e i movimenti di una persona attraverso radar e microtelecamere, per poi collocare la ragazza nel luogo più appropriato e creare le ombre adeguate. A consolidare l’illusione contribuivano anche i suoni, riprodotti fedelmente con la tecnologia olofonica dai nanodiffusori inclusi nella carta da parati.
Marc si recò nel suo studio, dove tornò a redigere una relazione sulla nascita della prima vera IAC, un’intelligenza artificiale cosciente che ha consapevolezza di sé e delle proprie azioni, da cui estrarre in futuro un articolo scientifico per rendere pubblica la sua ricerca.