L’uomo guardò la torre e stimò la distanza che la separava dalla suite panoramica in cui alloggiava, al ventisettesimo piano.
La sua mole lo impressionava, era immensa e sembrava troppo vicina all’albergo. Si ergeva al di là della Senna e in linea retta doveva trovarsi a non meno di un paio di chilometri. A ingannare l’occhio era l’inusuale prospettiva, dovuta al particolare punto d’osservazione.
Avvertì tutto il peso di quell’intreccio in ferro e chiodi, alto trecentoventiquattro metri e ancorato a terra con un miracolo d’ingegneria. Oltre a essere il simbolo della capitale, era un monumento al progresso e alla fede nel futuro. Eppure, in passato, lo aveva sempre lasciato indifferente.
La fissò con attenzione, ammirando la genialità del suo costruttore.
Spesso l’aveva vista di sfuggita, in genere da lontano, e non aveva mai provato il desiderio di visitarla. Lo avrebbe fatto per l’ora di pranzo, perché così gli era stato richiesto.
Ai piedi della torre si apriva una distesa di tetti bruni, in ardesia e zinco, e di palazzi in chiaroscuro che sfumavano all’orizzonte. Uno sconfinato mare di pietra antica e moderna. Altri edifici, in vetro e cemento, tentavano di grattare il cielo parigino, niente però era paragonabile all’eleganza di questo scheletro slanciato. Tra il grigio e il seppia, nell’aria umida del mattino, sembrava sbiadire con il tempo come una vecchia foto in bianco e nero. Ricordò al professore che era nata agli albori dell’era tecnologica, con la radiotelegrafia e il motore a scoppio. Quasi che tutto il divenire conseguito dalla società umana si fosse poi dipanato proprio dalle sue antenne, collocate in cima alla testa in ferro forgiato, dalle quali avevano bombardato la città di onde elettromagnetiche per oltre un secolo.
Sul filo di quel pensiero, gli venne in mente che Gustave Eiffel, oltre a erigere un monumento al progresso e alla grandezza, aveva contribuito a costruirne un altro dedicato alla libertà che illumina il mondo, spedito sulla sponda opposta dell’Atlantico. La donna, fiera nel sorreggere il fuoco eterno di una grande conquista umana, si era però vista ridotta ad attrazione turistica come una dea dell’antichità. Umiliata nello spirito e schiaffeggiata dalle tempeste che la investivano sempre più spesso, insieme alla sua metropoli in agonia.
La libertà: parola anacronistica, pensò il professore con amarezza; ormai fuori corso come una moneta da collezione. Esaltata, dibattuta, reinterpretata e manipolata, era stata inquinata al punto che nessuno riusciva più a comprenderne il significato. Un souvenir demodé per nostalgici controcorrente.
Bevve un lungo sorso di caffè e sulla fronte alta si accentuarono le rughe. Con un gesto abituale si passò le dita tra i baffi e i peli della barba, corta e ben curata, per accertarsi che fosse rimasta asciutta.
Nubi scure e uniformi annunciavano un’altra giornata piovosa, tutt’altro che primaverile. Ma il livore del cielo era in armonia con l’umore di quell’uomo di sessant’anni, piccolo di statura e dal volto spigoloso.
Negli occhi chiari, assenti, velava le sue ansie. Ripensò ai documenti da trasmettere, alle testimonianze raccolte e alle annotazioni aggiunte prima di intraprendere il viaggio. Quindi al messaggio ricevuto con il luogo dell’appuntamento: proprio lassù, in cima alla torre che aveva di fronte.
Tra i suoi pensieri più bui, però, c’era innanzitutto sua figlia. Era venuto il momento, troppe volte rinviato, di rivelarle la verità. Le avrebbe parlato in un posto appartato lungo la Senna, che conosceva bene.
Il suono acuto di un bip elettronico lo distolse dalle sue inquietudini. Proveniva da un tablet PC a schermo incurvato, rettangolare e flessibile, che proiettava ologrammi in 3D. Era appoggiato sul tavolo accanto al vassoio della prima colazione e le cifre bronzee di un pendolo in movimento indicavano le otto e trenta minuti. Continuarono a lampeggiare finché non pronunciò disattiva puntando un dito sul riquadro on/off. Lo schermo, incorniciato in un filo nero, si arrotolò formando un righello compatto di quaranta centimetri, che poi si restrinse della metà. Lo ripose nella custodia e quindi in una borsa in pelle.
Nei piattini sul vassoio alcuni dischetti di pane tostato, già spalmati di creme e marmellate, attendevano ancora di essere consumati, con una banana affettata a rondelle e qualche fragola tagliata a spicchi.
Assaggiò la frutta, ma era insapore: perfino le colazioni non somigliavano più a quelle di un tempo.
Terminò di vestirsi e infilò una giacca leggera, color panna, sopra una T-shirt blu in nanofilato piezoelettrico. Un tessuto misto a carburo di boro e ad altre trame e filamenti elettronici che gli consentirono di connettersi alla rete. Il terminale, integrato nell’abito, si accese e lui ebbe un’identità. Per ultimo, recuperò da un cassetto un astuccio formato chiavetta. Ruotò un minuscolo coperchietto e controllò che il chip trasparente, in cristallo, fosse al suo posto. Lo richiuse e lo tenne nascosto tra le dita.
Si diresse verso la porta con la borsa a tracolla e con il pollice sfiorò la serratura elettronica. Il piccolo schermo autopulente lesse l’impronta e la porta scorrevole si aprì.
«Signor Chauvin, la direzione desidera sapere se intende prolungare il soggiorno» chiese con gentilezza una voce femminile.
«Sì, di ventiquattrore.»
«La direzione la ringrazia e le augura una felice permanenza a Parigi.»
L’uomo andò a bussare alla suite a fianco. Sotto allo spioncino si accese una scritta rossa: “Attendere prego.”
Fece qualche passo davanti alla porta, accarezzandosi la barbetta ingrigita, e bussò di nuovo. «Claudine…» chiamò irritato.
Un’adolescente dal viso gentile e pulito, dall’apparente età di quindici o sedici anni, uscì un attimo dopo. «Eccomi! Avevi detto alle nove» disse in tono di rimprovero, per tanta impazienza. «Mancano dieci minuti.»
Lui, serrando le labbra, la osservò con lieve apprensione. Longilinea, lo superava in altezza di alcuni centimetri. I capelli biondi, sciolti sulle spalle, gli occhi color verde smeraldo.
L’abbracciò, e ne approfittò per infilarle in una tasca la chiavetta che teneva in pugno. «Oggi stai meglio?»
«Certo, papà. È passata.»
Senza dire altro, con aria preoccupata, il padre s’incamminò lungo il corridoio. La ragazza intuì che la mattinata non sarebbe stata all’insegna del buonumore.
Incrociarono un robot lustrascarpe dall’aspetto simpatico, con un unico occhio montato su un collo buffo, lungo e snodabile, sul quale avevano incollato un farfallino con il nome dell’albergo: “Hyatt Regency Paris Étoile.”
Alto da terra circa trenta centimetri e lungo un metro, era munito di cingoli, braccini retrattili, spazzole e cestelli. Tre paia di scarpe femminili attirarono lo sguardo di Claudine.
Al loro passaggio il robot si spostò verso la parete. «Buongiorno signori» li salutò con voce maschile.
Lei sorrise, mentre il padre non gli prestò alcuna attenzione. Altri robot androidi, somiglianti a cameriere, rifacevano i letti nelle stanze.
In prossimità del primo ascensore, il professore pronunciò «lift» ed entrambi aspettarono sotto la luce bianca diffusa dai LED.
Dal lato opposto del corridoio venne loro incontro un uomo piuttosto alto, sui quarant’anni, dai capelli neri e corti. Vestito di scuro, con una sgargiante camicia giro collo in seta verde, di pessimo gusto, si avvicinò con passo frettoloso e un sorriso formale. Trasmise subito una sensazione sgradevole. Negli occhi irriverenti, che non scollava dalla ragazza, c’era dell’ironia fuori luogo.
Il professore lo ignorò, volgendo il suo interesse sul completino beige della figlia, arricchito di fini ricami colorati. Lei, timidamente, chinò il capo.
Quando le porte dell’ascensore si aprirono Claudine entrò per prima.
«Piano zero» disse il padre, riprendendo a tormentarsi la barbetta.
La giovane si mise in un angolo, cercando di evitare lo sconosciuto. Aveva una vistosa cicatrice chiara sulla pelle olivastra, mediterranea, che gli arrotondava il mento in modo innaturale. Pronunciò due parole in arabo, come se stesse parlando con qualcuno, poi disse in francese: «Piano ventisei.»
L’ascensore si fermò al piano sottostante. Un cameriere di colore, magro e di media statura, entrò senza né salutare né scusarsi. Sul gilet a righe era ricamato in oro un nome: Olivier, seguito da un numero a tre cifre. Aveva con sé un oggetto tubolare, rivestito di stoffa satinata color rubino e con arricciato un fiocco regalo.
Rigido e professionale, guardò le porte richiudersi.
Lo spazio si restrinse e il padre della ragazza giudicò la sua presenza ingombrante. Il personale doveva usare i lift di servizio, non quelli destinati alla clientela. Il cameriere lanciò uno sguardo all’ospite che non era sceso e lui abbassò le palpebre, in un cenno d’assenso.
Il professore capì al volo che il cliente sapeva dell’altro in attesa al ventiseiesimo piano. Si allarmò, ma non lo diede a vedere. Appoggiò lentamente una mano sulla borsa che gli pendeva dalla spalla, mentre con l’altra cercò qualcosa nella tasca del pantalone. La figlia si stava specchiando e aggiustando i capelli.
Il tizio dalla cicatrice si piazzò davanti alla porta. «Piano meno uno» disse tornando a fissare la ragazza con un sorriso beffardo, e tutto avvenne in un istante.
Dal tubo volò via il coperchio e scivolò fuori un lungo tagliacarte dalla lama affilata, con un sottile manico in madreperla.
Un brusco spintone alla spalla del professore lo costrinse a voltarsi verso di loro e il tagliacarte si proiettò contro il suo petto. Il bordo della borsa parò il colpo, facendo slittare la lama da un lato, lungo la T-shirt. La maglietta anticoltellata lo protesse dall’affondo, ma non dal dolore causato dalla punta, che gli graffiò il costato.
Claudine lanciò un grido. Il padre, con il pollice già pronto, premette sul bottone di un piccolo oggetto tenuto nascosto nella mano destra.
Due dardi, ad alto amperaggio e attaccati al Taser da un filo sottilissimo, si conficcarono nel gilet del cameriere ai due lati del petto; fulminandolo all’istante. L’uomo gemette per la micidiale scarica e cadde paralizzato in direzione della ragazza.
Colta di sorpresa, lei d’istinto lo respinse.
L’altro, impassibile, non mosse un muscolo. Solo il viso cambiò d’espressione: da ironico divenne feroce. Poi il suo braccio destro ruotò verso l’alto, descrisse una elle e centrò il padre in piena fronte con il palmo della mano. Una botta dritta e decisa, talmente violenta che la nuca del professore mandò in frantumi lo specchio, con un rumore secco.
Claudine, inorridita, restò con il fiato sospeso. Vide il padre sbiancare e la borsa cadere a terra, insieme al Taser.
Il criminale si chinò a raccogliere il tagliacarte e con un ultimo scatto affondò la lama nell’occhio del professore mentre si stava accasciando. Uno schizzo di sangue e parte del bulbo oculare gli imbrattarono la camicia di seta. Spinse allora la lama in profondità, per rigirarla nel cervello con brutalità inaudita.
Altro sangue colò a fiotti lungo la barba del pover’uomo, che rantolò ed esalò l’ultimo respiro con un gemito straziante.
La ragazza, atterrita, fissava la bocca aperta del padre e la sua smorfia di dolore. Un brivido la scosse fino ai piedi.
Estratta la lama, l’assassino la squadrò gelido e lei percepì che era la fine; non avrebbe potuto fare nulla se non proteggersi il petto con le braccia. Vinta dallo sgomento, dalla gola non le uscì un suono. Ma, all’improvviso, le porte si spalancarono e l’uomo dovette girarsi.
Tre donne erano in attesa, prese dal loro chiacchiericcio. Una esclamò: «Santo cielo!» e le altre si voltarono. Un microscopico chihuahua spuntò ringhiante tra le loro gambe mentre, raccapricciate, osservavano i due corpi che giacevano esanimi in una pozza di sangue.
L’uomo si piantò sulla porta ed estrasse di tasca un distintivo. «Polizia. Prendete il lift di fronte!»
Tutte indietreggiarono di un passo.
«Piano meno uno» continuò l’omicida, rivolto al display. Il chihuahua scattò inferocito verso di lui, trattenuto solo dal guinzaglio che strozzava un ringhio acuto e rabbioso. Le porte non si richiusero. L’attimo si dilatò e Claudine realizzò di trovarsi al piano terra. Vincendo il panico, si chinò, afferrò la borsa e si catapultò fuori dall’ascensore.
L’assassino cercò di bloccarla, ma le spalle minute della ragazza gli scivolarono tra le mani. Più lesta, lei riuscì a divincolarsi e a lanciarsi verso la grande hall dell’albergo.
Nessuno la rincorse, né gridò di fermarla.
Rimasto con il cadavere riverso sopra al cameriere svenuto, lui la seguì con il volto pietrificato.
Le signore, esterrefatte, intuirono il pericolo e si allontanarono rapidamente con il cagnolino, che non la smetteva di attirare l’attenzione.
Rientrato in ascensore, l’uomo sbraitò: «La figlia è scappata, prendetela voi!»
Con la borsa stretta al petto, Claudine si buttò di peso sulla porta girevole dell’albergo. Non si voltò una sola volta. Spintonando un cliente, passò sotto il naso di un concierge in livrea nera e iniziò a correre a perdifiato verso un incrocio.
Lo attraversò senza badare alle auto, e una per poco non la investì. Infilò poi avenue Des Ternes, mentre un passante le inveiva contro credendola una scippatrice. Terrorizzata, nel timore di farsi prendere, continuò a correre.