Passarono dieci interminabili minuti.

Denis non smetteva di fare domande su come avesse fatto a trovare un ingresso eludendo gli allarmi. Interessato solo a questo, dava per scontato che se la polizia la inseguiva era per un buon motivo. Claudine gli rispose di tacere, la sua attenzione era rivolta al buco in cima ai pioli. La tentazione di raggiungere la luce era forte, ma non riusciva a immaginare cosa l’aspettasse fuori. L’assassino, probabilmente, e altri come lui.

Scese qualcuno con una potente lampada allacciata al cinturone. Era un operaio, di mezz’età, con dei baffetti e un po’ pelato.

«Oh mio Dio, sei un miracolo!» esclamò pieno di stupore. Claudine, diffidente, si ritirò verso la parete con l’arma puntata contro di lui. «Non si avvicini.»

Il pozzo era stretto e il caposquadra era a poco più di un metro da lei.

«Se vuoi parlare con me, per prima cosa metti via il Taser.»

Sembrava una persona innocua.

Claudine lo abbassò solamente, pronta a reagire qualora lui avesse tentato di afferrarla.

Poi gli spiegò che le stavano dando la caccia e di aver trovato il passaggio sotterraneo per pura fortuna. «Mi sono salvata all’ultimo momento, in questo cunicolo» disse tremante, con gli occhi umidi.

«Non mi piace la gente che ti cerca. Forse posso aiutarti, ma non voglio bugie. Se ti porto su, devo consegnarti a loro, perché le uscite sono sorvegliate dalle videocamere. Lo capisci? Se ne accorgerebbero subito.»

«Lo so, lo immaginavo. Allora lasciatemi qui. Datemi solo dell’acqua e uno dei vostri caschi. Pagherò.»

Denis, appollaiato sui gradini, nel sentirla tanto ingenua sorrise. «Non si esce dalle fogne, bisogna conoscerle e avere una chiave. Sei completamente matta!»

Il caposquadra lo zittì con un gesto e le chiese il motivo di quella fuga. Lei raccontò loro dell’omicidio del padre, ricercatore e professore di fisica, e di come fosse riuscita scappare. In ogni dettaglio.

Il fognaiolo l’ascoltò in silenzio, senza mostrarsi sorpreso. Due solchi profondi sulla fronte accentuarono la sua preoccupazione.

«Quello che ha ucciso tuo padre, che aspetto ha?»

«Era vestito di nero, piuttosto alto, con una cicatrice sul mento.»

«Che storia!» esclamò Denis, sprezzante. «E tu le credi?»

L’uomo tirò un sospiro. «Ci ha chiamati lui. È uno della TEPSS, ed è lì fuori che gira come un avvoltoio insultando tutti.» Si rivolse a Claudine: «Strano a dirsi, per il momento qui è l’unico posto dove sei al sicuro. Se metti via quel Taser, prima di fare del male a qualcuno, ti daremo una mano.»

Claudine esitò, poi lo infilò in una tasca del soprabito, sperando che il fognaiolo non la stesse ingannando.

«Questa rogna non mi piace» sentì Denis confessare al suo superiore. «Comunque vada a finire, avremo un mucchio di guai. Adesso siamo dei testimoni anche noi.»

«Hai centrato il problema. Lo sbirro ha ancora la camicia imbrattata di sangue e per lui la signorina è una faccenda riservata. Hai dei suggerimenti?»

Denis scosse la testa. «Faremo ciò che vuoi, capo. Ma meno se ne saprà in giro…»

«Me ne occupo io. Cercherò Émile, è la persona giusta. Tu vai a prendere del gel e un paio di stivali nel mio furgone. Chiudili in un sacco per la spazzatura, con un paio di guanti, un casco e una mascherina. Denis ti accompagnerà» disse poi a Claudine, «e tu lo ascolterai sempre. Siamo intesi?»

Lei rispose di sì.

«Denis, se non ricomincia a piovere, tra un’ora la conduci al Palazzo dei Congressi. Seconda uscita al primo livello. Nel garage aspetterete Émile, arriverà con un furgone e con lui il mio Tabac. È un labrador dolcissimo» aggiunse, rivolgendosi a Claudine.

«E dopo?» le chiese Denis. «Hai degli amici?»

«No, non conosco nessuno a Parigi. Ho un appuntamento nel quindicesimo alle sedici. Cioè… lo aveva mio padre. Vorrei passarci, forse possono aiutarmi.»

«Va bene, altrimenti ti trasferisco in campagna» rispose il capo. «Per questa notte avrai una sistemazione. Dov’è il posto nel quindicesimo?»

Claudine tentennò, ricordando che, se il bigliettino era stato nascosto, doveva essere per una qualche ragione. In quelle condizioni, però, come ci sarebbe andata? L’uomo, con la fronte aggrottata, aspettava una risposta e lei glielo porse.

«Ah, è al di là della CEP.»

«Di cosa?»

«Del muro, la Cintura Elettronica di Parigi. Perché alle sedici alla Closerie des Lilas? È piuttosto distante dall’ambulatorio.»

«Non lo so.»

«È un celebre ristorante, lì ti arresteranno subito. Ti farò accompagnare invece a quest’altro indirizzo domani mattina.»

«Ho un po’ di denaro, posso pagare.»

«Non ti aiutiamo per soldi» si arrabbiò l’uomo. «E se racconti di averne, ti deruberanno. Vuoi finire in un bidone della spazzatura? Se lo facciamo è perché conosciamo i tagliagole che ti cercano, al servizio del governo. Solo per averti trovata, rischiamo di fare la stessa fine di tuo padre.»

Claudine, intimidita, abbassò lo sguardo.

«Vai Denis. Prima sistemiamo questo impiccio, meglio sarà per tutti. Incontrato il boxeur, le sue scarpe e la giacchetta vanno a galleggiare. Hai qualche altro oggetto di cui puoi liberarti?»

Lei ci pensò un attimo, tolse dalla borsetta le medicine e gliela diede.

«Perfetto, basterà a identificarti. La inzuppiamo per bene e la consegniamo con una scarpa.»

Denis tornò con un grosso sacco nero alcuni minuti dopo e il capo salutò Claudine.

«Non so se ci rivedremo, che il cielo ti assista. Se sarai ancora in difficoltà, saprai a chi rivolgerti.»

Claudine comprese che la stava aiutando per davvero e balbettò un grazie.

«Sei fortunata a essere capitata con lui» la tranquillizzò Denis, appena il capo risalì in superficie. «Questo è un gel, si asciuga immediatamente.»

Premette su un flacone di plastica e uscì del liquido che odorava di alcol. Le mani furono cosparse di disinfettante, maniche incluse, e a iniziare dalle sbucciatura che aveva sul polso. L’uomo le diede anche uno spazzolino per strofinarsi le unghie.

«Chiudi gli occhi e la bocca.»

Claudine ubbidì e Denis le coprì rapidamente il viso con lo stesso liquido antisettico, spalmandoglielo pure sul collo.

«È orribile!» strillò.

«Dura un momento, ma ti salva dalle infezioni» disse un po’ divertito.

Malgrado il suo aspetto trasandato, Claudine era una gran bella ragazza, dai lineamenti delicati e uno sguardo intelligente. Non potendo opporre resistenza, si sforzò di mantenere un contegno dignitoso.

L’operaio le spalmò altro gel sui capelli e fu quasi uno shampoo.

«Disinfettati le gambe e i piedi» le ordinò, coprendole il naso con una mascherina antisettica.

Le previsioni del capo si avverarono. Un’ora più tardi le acque defluirono quel tanto da rendere le fogne percorribili.

Gli stivaloni furono imbottiti di carta per evitare che i suoi piedi ci navigassero dentro e, una volta indossati, lei li ripiegò sotto la gonna all’altezza delle cosce come suggerito da Denis. Preceduta dal robot, che si snodava e faceva le scale illuminando la galleria a giorno, lo seguì nella parte bassa della fogna, passo dopo passo, senza mai staccarsi dal corrimano. Si sentiva goffa con il casco e i guanti da operaio, ma gli stivaloni erano più stabili delle sue scarpette rosse e scivolavano meno. Restò aggrappata a una cinghia, attorcigliata intorno a un braccio e agganciata al cinturone di Denis.

Si mossero in mezzo alle acque luride. In altezza superavano ancora di qualche centimetro le caviglie di Claudine. Attraversarono gallerie e cunicoli di raccordo, lungo un percorso tortuoso. Il fognaiolo stesso si sarebbe perso senza le indicazioni stradali sulle placchette blu a ogni uscita. E quando c’era da superare un canaletto, il robot si immergeva, si agganciava alle banchine e, arcuandosi, si trasformava in un ponticello.

Per lei fu comunque sorprendente scoprire che sotto alla città ne esistesse un’altra così squallida.

Da lontano scorse un ratto appollaiato su un tubo e Denis le raccontò che aggredivano raramente. Se avvertivano la presenza umana, scappavano. Migliaia di ratti che si rincorrevano nelle fogne era una visione cinematografica.

Risalirono un cunicolo e Denis aprì un tombino interno a un garage. Li attendeva un tipo corpulento, dalla testa pelata, con un naso largo e schiacciato. Nel salutarlo, l’operaio lo chiamò Émile il boxeur. Aveva la voce roca e dei modi spicci.

Parlottarono, lasciando Claudine vicino a una scala.

Poi naso di gomma le si avvicinò. «So che sei sprovvista di documenti. Ti chiuderò nel furgone e ti porterò nel quindicesimo come convenuto con il capo. Rimarrai distesa sotto al telo per tutto il tragitto e non ti vedrà nessuno. Nel garage devi camminare dietro a me» disse senza un minimo di cortesia. «Ci sono le telecamere.»

Denis le spiegò che per uscire dai quartieri protetti la scansione delle impronte digitali era richiesta raramente, ma ai cancelli elettronici c’erano gli olfattometri e altri congegni che potevano svelare la sua presenza. Se fossero incappati in un controllo, doveva sostenere di essere una passeggera clandestina, nascostasi nel furgone all’insaputa dell’autista.

«Sei uscita passandoci alle spalle, dopo che abbiamo scoperchiato i tombini. Se dici a qualcuno che ti abbiamo aiutata, andremo in galera» si raccomandò Émile. «Stiamo facendo molto per te, credimi.»

Claudine annuì, anche se affidarsi a un estraneo, rozzo e grossolano, la metteva ancora più in ansia.

«Tabac è con te?» chiese Denis.

«Sì, confonderà i rilevatori termici.»

Strumenti per misurare le differenze di temperatura all’interno dei veicoli, le dissero; nei cofani, in particolare. Erano postazioni piazzate ai confini della città.

Claudine non capì a cosa si riferissero, ma viaggiare insieme a un labrador in qualche modo la confortò.

Poco distante era parcheggiato un vecchio furgone, a guida manuale. L’uomo aprì il portellone posteriore e saltò giù un cane dal pelo bianco e corto, festoso e scodinzolante.

«Tabac, a terra!» gli ordinò Émile.

Il cane abbassò le orecchie, annusò Claudine e andò ad annaffiare un pilone del garage.

Il mezzo era pieno di cassette di verdura fresca. Naso di gomma ne spostò parecchie e creò un vano per ospitarla. Poi Denis si fece restituire il casco e gli stivali, lasciandola a piedi nudi. Ciò le dette fastidio, in caso di bisogno non le avrebbe agevolato una nuova fuga, pensò. Le chiesero di rannicchiarsi in fondo al veicolo e la coprirono con un telo, una tavola e un mucchio di ortaggi.

«Riesci a respirare?»

«Sì.»

«È troppo stretto?»

«No, va bene.»

La conversazione terminò lì. Udì un fischio e Tabac si accucciò vicino a lei.

Quaranta minuti dopo venne traghettata nella quindicesima circoscrizione, senza sapere né vedere dove quell’uomo la stesse portando, incastrata come una mummia tra le cassette che scricchiolavano a tutte le curve. Émile la costrinse al silenzio, minacciando di scaricarla per strada se solo avesse fiatato. Paralizzata per la tensione, che aumentava a ogni fermata, Claudine sentiva soltanto il ronzio stridulo del motore elettrico e Tabac che si rigirava, forse nervoso quanto l’autista. L’uomo la preavvertì poi che stavano per attraversare una porta della CEP e di non muovere un dito. Lei si sforzò di rimanere immobile. Fu la sosta più lunga: percepì delle voci metalliche parlare in lontananza e qualcuno che diceva infine di proseguire. Poco dopo, Émile le annunciò che l’odore e il calore del cane l’avevano riparata da nasi elettronici e termosensori.

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