Un furgone raggiunse boulevard Pereire, in direzione di Porte Malliot. Rallentò e parcheggiò su un marciapiede. Scesero tre uomini in tuta verde e due di loro indossavano degli stivaloni. Il terzo aprì il portellone posteriore e tirò fuori alcuni robot di varie dimensioni, bassi e piatti. Allacciò dei cavi e accese uno schermo che gli avrebbe consentito di guidarli nel sottosuolo.

Aveva smesso di piovere da poco, e uno di loro, munito di una lunga chiave snodabile, attraversò il boulevard per aprire i tombini sul lato opposto.

Il temporale era durato mezz’ora. Dopo l’acquazzone l’olfattometro era inutile, come lo erano stati prima i piccoli droni rimasti a terra, e Kurd si era visto costretto a rivolgersi ai fognaioli.

«Se non è annegata, può essere ovunque» sentì dire da un caposquadra nel cortile, davanti al ristorante.

«È una faccenda riservata» gridò, andandogli incontro. «Vogliamo raccontarla anche alla stampa?»

L’uomo gli fece segno di attendere. Parlava via radio e dava disposizioni.

Rob, che per tutti era il tecnico, aveva ispezionato meticolosamente l’intero sotterraneo e fatto fiutare per scrupolo negli androni di ogni immobile adiacente.

Quando si avvicinò a Kurd, lo vide alterato. Discuteva con un caposquadra in tuta verde, elmetto e stivali grigi che gli arrivavano all’inguine. Era la tenuta degli égoutiers, i fognaioli di Parigi, gli operai che facevano il lavoro più sporco del mondo.

«Ho controllato tutti i portoni» li interruppe. «La ragazzina è per forza là sotto.»

L’operaio, con una faccia bonaria e ingentilita da un paio di baffetti grigi, lo guardò poco convinto. «Ne è sicuro?»

«L’olfattometro non sbaglia, ha una sensibilità di gran lunga superiore al naso di un segugio.»

«Stavo spiegando che se uno s’imbuca nelle fogne, uscirne è un’impresa. Comunque, dopo un temporale tutte le gallerie sono invase dall’acqua. Ci vorranno ore perché defluisca.»

«Quante probabilità abbiamo che sia viva?»

«Poche. L’acqua sale a ondate, rapidamente, e ti travolge quando meno te lo aspetti.»

Rob scosse la testa e Kurd perse la pazienza. «Non mi interessano le probabilità, viva o morta, voglio lei e la borsa» ringhiò minaccioso.

«Ho otto squadre in questo momento, con una dozzina di robot e sono al lavoro» ribatté brusco il caposquadra. «Altri uomini saranno operativi entro un’ora. Se si aspetta un miracolo, coinvolga i pompieri. Ci sono chilometri e chilometri di gallerie, duemila e trecento in tutta Parigi per l’esattezza. Volete scendere a darci una mano?» chiese con un ghigno.

Rob vide Kurd sbiancare e pensò che gli sarebbe saltato addosso. Invece, dopo averlo squadrato con un’occhiata piena di disprezzo, strinse le mascelle e si allontanò verso il ristorante.

«È sempre così stronzo?» chiese il caposquadra.

«Anche molto peggio, se gli manchi di rispetto.»

«Del nostro operato rispondiamo solo alla prefettura» precisò l’operaio.

«Siamo tutti nervosi, ma perseguiamo tutti un unico scopo: va trovata quanto prima. Terrò io i contatti con te.»

«Come avrebbe fatto una ragazzina a finire nelle fogne?»

«Passando dalle cantine del ristorante.»

«Se è caduta in acqua, a quest’ora è lontana. E tra due o tre ore sarà meglio cercarla nel collettore» grugnì dirigendosi verso un furgone in strada.

Rob rincorse Kurd. «Sei troppo incazzato. E guardati, sei imbrattato di sangue.»

L’osservazione lo irritò. Il tessuto era autopulente e le macchie, quando asciutte, si polverizzavano.

L’inglese non gli era amico, non si fidava di lui e lo tollerava per necessità. «Doveva essere un’operazione da quattro minuti» lo rimproverò, cercando di togliersi di dosso il sangue rappreso.

«Nessuno immaginava che sarebbe andata così. Adesso abbiamo bisogno di questa gente e ricordati che i fognaioli sono una vera e propria corporazione: si tramandano il mestiere di padre in figlio, da secoli. Non prenderanno ordini da te.»

«Quello è un fottuto coglione che ci darà solo delle noie» rispose montando in bici. «Allerterà la prefettura e i pompieri.»

Seduta in cima ai gradini bagnati del pozzetto, Claudine guardò nella borsa. Insieme alle banconote, trovò delle batterie di riserva. “Papà previdente!” pensò. Ma tutto quel denaro contante? Era valuta estera e possederla era illegale. A meno di voler pagare qualcuno in nero, rischiare una perquisizione e l’arresto non aveva senso. Il padre le aveva nascosto qualcosa, concluse fra mille pensieri cupi.

Per proteggersi dalla sporcizia aveva solo il soprabito impermeabilizzato. Un capo incolore come il cunicolo che la ospitava, sorvegliato di continuo nel timore che comparissero i ratti.

Dove si riparassero quando tutto si allagava era un mistero. Tra gli anfratti delle gallerie, o probabilmente in cima ai tubi e alle scale.

A parte i ragni, verso i quali nutriva una ripugnanza morbosa, fino ad allora non aveva mai avuto paura di niente. Aveva scalato rocce a mani nude e si era arrampicata sugli alberi, sempre sicura di se stessa. Ma uscire da una fogna pareva una scommessa difficile da vincere. Capì di dover ritornare al punto dal quale era scesa, a quel numero 40. Più tardi, però, quando forse avrebbero smesso di cercarla.

Il tempo si sarebbe potuto stirare all’infinito in quel buco. Sentiva l’aria irrespirabile, tossica, e lottò contro il torpore che le rallentava i riflessi. Nemmeno avvertiva più l’odore nauseabondo che l’avvolgeva; gradatamente, si era abituata.

Per mantenersi sveglia, di tanto in tanto si alzava e scendeva di qualche gradino, illuminando gli ultimi, in basso, ancora del tutto sommersi. Il canaletto di scolo si era ridotto a un rivolo scuro, il temporale si era allontanato. Sperò che le acque avessero smesso di ingrossarsi.

Lo smart-tatoo di cui si era liberata fungeva da carta d’identità. Era l’interfaccia tra il suo corpo e il resto del mondo. Ora non poteva più chiamare nessuno, né sapere che ore fossero.

E Parigi le era totalmente estranea.

A chi chiedere aiuto? Era suo padre ad avere i contatti in città, lasciata dopo la sua nascita, quando si era trasferito a Nizza. Nella capitale non aveva né parenti né conoscenti, e senza documenti non poteva prendere un mezzo di trasporto né procurarsi del cibo. Il denaro era elettronico, gli smart-tatoo servivano anche a questo. L’avrebbero fermata e sarebbe stata la fine. Una situazione disperata in tutti i sensi. Le restava una sola possibilità, quella di corrompere qualcuno con quel contante proibito, che comunque circolava spesso.

Sentiva di avere la vita appesa a un filo, cambiata per sempre. Una tragica realtà alla quale non poteva sottrarsi. All’improvviso era orfana e si sarebbe dovuta arrangiare.

Tossì a più riprese e si augurò che non fosse l’inizio di un nuovo attacco. Forse era per l’aria malsana di quel posto schifoso. Non aveva neppure dell’acqua con sé.

Era malata, ma prestava poca attenzione alle sue crisi respiratorie, passeggere, o alla febbre tenuta a bada con i farmaci.

Questo pensiero la condusse a un foglietto sul quale suo padre aveva annotato un indirizzo la sera prima.

Un foglietto segreto, piegato e ripiegato, ridotto a un minuscolo quadratino e nascosto tra le cuciture interne della borsa. Le aveva detto di aver fissato un appuntamento, senza aggiungere altro.

Aprì la borsa e lo trovò.

C’era scritto: “16.00 – Closerie des Lilas.” E ancora: “11, Rue Léon Lhermitte. Centro di salute pubblica 2, XV arrondissement.” Mancava però il nome del dottore a cui rivolgersi.

L’ennesima visita medica, pensò. Papà l’aveva già portata da svariati pneumologi e ognuno aveva proposto delle cure, tutte inefficaci. Questo le ricordò che, tranne qualche compressa tenuta nella borsetta, le medicine erano rimaste in albergo. “Di male in peggio.”

Vide il tablet avvolgibile chiuso nella custodia, ma rinunciò ad accenderlo, l’avrebbero intercettata e localizzata. Gli agenti al cancello e la presenza dell’assassino erano la conferma che a uccidere il padre, con tanta brutalità, era stata proprio la polizia. “Un fatto ignobile, incredibile!”

Stava per cedere, per addormentarsi, quando il tombino si aprì. Entrò un po’ di luce e avvertì un leggero spostamento d’aria.

Intontita, faticò a realizzare dove fosse.

Sentì dei rumori e due uomini parlottare in cima. Ci fu del trambusto e uno di loro cominciò a scendere.

Una scarica di adrenalina la fece balzare in piedi. Prese il Taser e spense la torcia.

Qualche attimo dopo intravide i contorni di un paio di stivali in gomma, poi una casacca verdastra con righe fluorescenti. Nella poca luce proveniente dall’alto distinse il profilo di un casco.

L’assalì il panico.

L’uomo guardava in su, da dove veniva calato un oggetto; penzolando sbatteva contro i pioli. Pensò di fulminarlo ma il dito non ubbidì. Era paralizzato, rigido come il suo braccio.

Le stava di spalle e sembrava un pompiere. Abbassò la visiera che gli permetteva di vedere nel buio, mentre un grosso aggeggio toccava terra insieme a metri di cavo che lui iniziò ad arrotolare.

Claudine intuì di avere un’opportunità inaspettata: poteva ancora premere sul bottone e forse fuggire via, risalendo quei pioli. Glielo suggeriva l’istinto, non la ragione.

Arrivò dell’altro materiale e l’uomo si voltò. «Ehi!» esclamò sorpreso.

Lei trasalì. Ferma quattro gradini più in basso, era immobile, con un braccio proteso.

La torcia in mano alla ragazza si accese e lui rimase accecato come dal faro di un camion. Alzò allora la visiera: era di colore, con due grandi occhi attoniti. Reagì accendendo a sua volta la lampada fissata al casco e questa rischiarò tutto il cunicolo. Aveva vicino un congegno mostruoso, simile a un cane a sei zampe.

«Non si muova o sparo!» gridò Claudine.

L’uomo però non vide nessun’arma puntata contro di lui. «Accidenti, ma allora era vero. Come ci sei arrivata qui?»

«Ho un Taser, si giri!»

Il braccio teso le stava tremando, ma la voce era ferma, lo sguardo determinato.

Tra le dita della ragazza spuntava un oggettino nero. Tutti sapevano che esistevano anche degli spray e delle potenti pistolette elettriche, minuscole come un accendino o racchiuse nella custodia di un rossetto.

«Si giri!» ripeté lei.

«Va bene. Se ti rende più tranquilla…» rispose paziente, mostrandole le proprie mani libere.

Intanto stava scendendo qualcun altro. Per Claudine si precluse ogni possibilità di fuga.

«Bernard, aspetta. Ho i tuoi stivali sulla testa.»

L’altro si fermò. «Bé, levati allora.»

Claudine li sentì parlare in argot parigino. Afferrò giusto tre parole: che la nanà era lì, armata.

«Gli faccia spazio» intimò lei, pensando che volesse risalire per dare l’allarme.

Passò qualche secondo e i due parvero indecisi.

«Siamo qui per aiutarti, ragazzina. Ritieniti fortunata di essere ancora viva» disse l’operaio nel pozzetto, con un leggero accento africano.

«Dài!» sbottò il compagno.

Lui si spostò e Claudine scese di un paio di gradini. Si voltò e di nuovo puntò il mini Taser contro di loro. Insieme occupavano quasi tutto lo spazio disponibile, ingombro anche dal robot.

«Oh, guarda che bel topino!» esclamò Bernard, accecandola con la sua lampada. «Ti stavamo cercando, sei ferita?»

«Spenga. Non fate un passo o premo!»

«Cos’è che vuole premere?»

«Vedi il giocattolino che tiene in mano? È un Taser. Sento odore di metano, una scintilla e la fogna esplode. Hai capito ragazzina?»

Lei non gli credette. «I caschi, buttateli ai miei piedi!»

I due non seppero se darle ascolto, ma alla fine se li tolsero e li appoggiarono per terra, con le lampade frontali rivolte alle pareti.

Claudine poté guardarli in faccia, ora più rassicurata. L’altro era un bianco, un omone grosso dalle sopracciglia folte. Presumeva che le visiere, se indossate, trasmettessero delle immagini, come i video occhiali, e con esse ogni parola.

«Mio padre è stato ucciso in albergo, poche ore fa, e mi inseguono. Ho bisogno di un posto per nascondermi. Siete pompieri?»

«Siamo fognaioli, una squadra d’emergenza. Lui è Bernard e io Denis. Con questa piena eravamo quasi certi che l’acqua ti avesse travolta.»

«Dammi quell’arma» disse l’altro, scendendo i primi gradini.

«Ehi, cosa fai?» lo trattenne il compagno.

«Fermo!» intimò Claudine. Indietreggiò e per poco non perse l’equilibrio.

«Se finisci nel canale, non ne esci più» l’ammonì Bernard. «Ma sei cretina?»

L’uomo tornò indietro. «Vado a chiamare il capo.»

«Niente capo e niente radio» reagì Claudine, tenendoli entrambi sotto tiro.

«Le radio nelle fogne non funzionano, devi uscire immediatamente.»

L’operaio consultò un piccolo strumento legato alla cintura. «C’è del metano, è intossicata. Da quant’è che sei qui?»

«Sragiona» disse l’altro.

«Ragiono benissimo. Se mi aiutate vi pagherò.»

Denis scosse la testa.

«Dico sul serio! È stato un poliziotto a uccidere mio padre. Se mi prendono… tanto vale morire nelle fogne.»

Perplessi, i due si scambiarono qualche parola in argot, a bassa voce. Poi le parlò Denis: «Lui va su a chiamare il capo e io resto qui con te.»

«No!» gridò Claudine.

«Fidati, sarò il tuo ostaggio.»

«Solo il vostro capo, allora. Nessun altro. Se vedo scendere un poliziotto il suo amico finisce con me nel canale. Si ricordi, non ho più niente da perdere.»

«Fa come dice» gli disse Denis.

Bernard continuava a guardarla indeciso.

«Cosa aspetti, va a cercarlo!» lo incalzò, e l’uomo risalì borbottando.

«Sai quanti batteri ci sono qui sotto?» riprese Denis, in tono di rimprovero. «Tetano, leptospirosi, epatite e altre malattie mortali. Bisogna essere vaccinati per entrare nelle fogne, protetti da una mascherina. Senza contare il metano e l’aerosol infetto che hai respirato. E si producono anche delle esplosioni spontanee, sei viva per miracolo.»

«Non sono stupida. Tenga le mani sui pioli.»

Lui la assecondò e Claudine, mantenendo un minimo di distanza, riguadagnò il pozzetto. «Adesso vada sulle scale.»

Il fognaiolo raccolse il suo casco e la lampada illuminò i gradini più bassi, dove scorreva il fiume d’acqua nera. Chiunque fosse precipitato là in fondo, sarebbe stato trascinato via in un attimo. Se la davano già morta, pensò lei, forse era un vantaggio.

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