Nel piccolo cortile si precipitarono in sei.

Alcuni indossavano le divise della Tutor Europe Police & Security Service, la TEPSS, una società di polizia privata addetta alla sorveglianza. Altri erano in abiti civili.

Si divisero e uno di loro, rosso di capelli, dalla faccia pallida e lentigginosa, si diresse verso la finestrella da dove Claudine aveva preso la fuga.

Poggiò una borsa per terra e tirò fuori un naso elettronico. Lo accese, lo puntò sull’intelaiatura, e osservò il display.

Poi montò sul congegno una stecca estendibile e, tenendolo rasoterra, identificò l’odore della ragazza. La scia lo portò al ristorante in pochi minuti.

Chiamò allora tutti a raccolta, indicando la porticina manomessa.

«Trovato la puttanella?» vociò il tutor ciccione.

L’uomo in bicicletta, con la camicia ancora imbrattata di sangue rappreso, gli lanciò un’occhiata torva. Dall’espressione imbarazzata dei presenti si capì che era il capo, e solo il tecnico continuò a parlare.

«L’odore porta nel locale, Kurd» disse a bassa voce, con un tipico accento inglese.

«Tre di voi piantonano il cortile e la strada, gli altri dentro con me. Questa volta non vi deve scappare!»

«È scappata a te, non a noi» borbottò con arroganza il ciccione.

Lui si voltò di scatto. «Alla prossima, sbatto in un sacco pure te. Chiaro?» e lo fissò con cattiveria.

Il tono velenoso di Kurd lo zittì. Si allontanò con il compagno, mentre i quadricotteri pilotati dalla centrale perlustravano i tetti e le finestre dei piani alti.

Il tecnico, dopo aver dettato le coordinate e avviato una ricerca, rintracciò la ragazza ripresa da uno dei droni che sorvolavano costantemente la città, a un centinaio di metri d’altezza. Giusto alcuni fotogrammi, ma gli bastarono per riconoscerla. «Ha un soprabito grigio e un cappellino giallo» informò tutti.

«Bene, sapete cosa cercare» disse Kurd.

Seguendo le molecole lasciate nell’aria da Claudine, entrarono nei locali adiacenti alla cucina. L’apparecchio segnalò ogni posto in cui era stata e qualche minuto dopo li condusse in cantina.

Indossarono degli occhiali per la visione notturna e un fascio di luce viola evidenziò le impronte delle scarpe: andavano dritte alla porta metallica.

«L’ha toccata?» chiese brusco Kurd.

«Certo, ma il cavetto d’acciaio con il sigillo spezzato non è opera sua» rispose il tecnico. «Non credo che vada in giro con le tenaglie nella borsetta.»

Kurd ruotò la leva e, appena si accorse che Claudine aveva trovato una nuova via di fuga, imprecò. «Cos’è questo budello, dove porta?»

«Non c’è campo, per una planimetria bisogna salire al piano di sopra.»

«Siamo sicuri che sia qui?»

Il naso elettronico fiutò la porta sul lato opposto e dette conferma immediata.

Kurd aumentò la sensibilità delle lenti all’infrarosso e la galleria si illuminò a giorno. Di Claudine, però, non c’era traccia.

«Che fetore» borbottò uno degli uomini. «La signorina ha del fegato, sarà pieno di ratti.»

«Meglio, vuol dire che la sentiremo strillare» disse Kurd con cinismo. «Svelto, trova queste planimetrie e fai sorvegliare le uscite qui intorno. C’è un altro albergo nelle vicinanze, non deve raggiungerlo.»

Claudine percorse un lungo tratto di galleria prima di vedere le tubature diramarsi e sparire nei muri. Le seguì fino a quando il sotterraneo terminò in un locale. Le condotte, inclinandosi, confluivano sotto al pavimento in cemento e mattoni. A un paio di metri di distanza c’era un’altra porta metallica, identica alla precedente e bloccata da un cavetto d’acciaio. Ma, poco più avanti, ne scorse una con il cavetto spezzato.

In cima al battente, il cemento era stato picconato e spuntavano due sottili fili elettrici di colore diverso, che formavano un ponte. Forse per neutralizzare una fotocellula all’interno dello stipite.

Di nuovo impiegò tutta la forza che aveva nel corpo minuto per girare la leva e tirarla a sé.

L’odore di fogna diventò insopportabile. Chiusi in un ristretto vano circolare c’erano dei pioli in ferro conficcati nella parete. Portavano tanto in alto quanto in basso.

Puntò la torcia verso la cima, riconobbe un tombino, e pensò che era troppo vicino al caseggiato da lei attraversato.

Dopo aver richiuso la porta, non le rimase che aggrapparsi ai pioli e scendere con prudenza. Quando posò i piedi a terra, fece luce e si ritrovò in un cunicolo sotterraneo di forma ovoidale. Dei ripidi gradini, di fianco a un canale di scolo, portavano ancora più in basso.

Essere finita in una fogna la lasciò sgomenta.

Un corrimano incrostato di sporcizia offriva un punto d’appoggio, ma preferì non toccarlo. In fondo alla scala c’era una galleria piuttosto ampia: nel mezzo scorreva lentamente dell’acqua scura, nel silenzio più assoluto.

Interdetta, restò inchiodata sull’ultimo gradino. Nel canale affiorarono una porcheria somigliante a uno straccio, poi una bottiglietta di plastica e altre cose luride. Una stretta banchina, altrettanto ripugnante, fiancheggiava il canale. Cumuli di fibre, come stoppa, erano attaccati alle pareti; e ancora gli stessi tubi, di una sezione maggiore rispetto agli altri.

La luce della torcia rischiarava a malapena una seconda galleria, alla sua sinistra, da cui defluiva acqua in quella principale, unita a una sorta di nebbiolina. Atterrita, non seppe se avventurarsi oltre, all’interno di un luogo così oscuro e infetto. Zaffate d’aria tiepida e mefitica le riempivano le narici e i polmoni. Usò la manica del soprabito per tapparsi il naso e asciugarsi le lacrime, tornate copiose. “Assassini… esseri ignobili!” sussurrò fra sé, guardando verso l’alto delle scalette. Sentiva le tempie pulsare veloci e l’angoscia tagliarle il respiro.

Cercò di contenerla, per non prendere decisioni avventate. “E ora, da che parte vado?”

Il canale era più tetro di una tomba. Mai avrebbe immaginato che potesse esistere al mondo un posto del genere. L’acqua era talmente grigia da non riflettere neppure la luce e il pericolo di scivolare sul bagnato, o di perdere l’equilibrio, era evidente.

Sceso l’ultimo gradino, l’angoscia si tramutò in tremito, non appena si rese conto che in quel dedalo di gallerie, tutte immerse nel buio più profondo, guadagnare un’altra uscita poteva essere difficile.

Un flusso silenzioso di liquame scuro le passò come un’onda a pochi centimetri dalle scarpe. “Un ruscello che porta dritto all’inferno” pensò, immobile.

A lato del cunicolo, in alto, notò una placchetta metallica, sporca e quasi illeggibile. C’era il nome di una strada con un numero in blu: 40.

Se si fosse vista costretta a tornare sui suoi passi, non doveva farselo sfuggire.

La banchina, oltre a essere scivolosa, era piena di putride pozze. E il corrimano, presente lungo il tratto di fogna, le dava ribrezzo. “L’importante è non inciampare” si disse, “non devi scivolare nel fosso per nessuna ragione.”

Chinando leggermente il capo per evitare ogni contatto con le condotte d’acqua, avanzò di metro in metro con la massima attenzione, sostenuta solamente da una vocina interna che reprimeva il pianto e la teneva sveglia in quello che pareva un incubo, ripetendole ossessivamente le stesse parole: “segui i tubi, segui i cavi azzurri e ti porteranno fuori.”

Il naso elettronico condusse Kurd e i suoi uomini al cunicolo imboccato dalla ragazza. «Possibile che sia passata di qui?» chiese incredulo al tecnico.

Per quanto perplesso, questi annuì.

C’era un odore acre, pungente, che dava il voltastomaco.

«Qualcuno vada a prendere delle mascherine, l’aria è irrespirabile.»

Si avvicinò un tutor in divisa che scosse la testa. «Non ne abbiamo, e in fondo alla condotta ci sono quattro porte sigillate.»

«Allora è qui sotto.»

«Non sopravvivrà a lungo» commentò il tecnico, procedendo con l’olfattometro.

Tornò l’uomo spedito in superficie. «Le planimetrie sono segretate per ragioni di sicurezza, bisogna ottenere il permesso della prefettura. Hanno detto di chiamare l’antiterrorismo, i fognaioli e i pompieri.»

«Un segreto del cazzo!» s’infuriò Kurd. «Queste fogne esistono da secoli e la sicurezza siamo noi.»

«L’ho spiegato, ma chiedono un rapporto. Devo dire cosa stiamo cercando?»

Kurd voltò la testa. «No, non li voglio tra i piedi.»

Poi, facendosi da parte, si rivolse al tecnico: «Rob, cosa dice il naso?»

«Il mio… dice che siamo nelle fogne» rispose l’inglese con una battuta, «mentre il misuratore segnala la presenza di metano e di monossido di carbonio. A nessuno venga in testa di accendersi una sigaretta, potremmo saltare in aria.»

«Fuori ha cominciato a piovere» li informò il tutor, ma nessuno gli prestò attenzione.

Rob fece annusare all’olfattometro dinamico i pioli metallici. «Pare proprio che sia andata giù.»

«Da non crederci» disse Kurd. «Avanti, si scende.»

Calare il delicato naso elettronico fu un’operazione più complicata del previsto e richiese qualche minuto. Rob insistette che si era formata una sacca di metano; l’apparecchio conduceva elettricità e per fare il botto bastava una scintilla. Ma Kurd aveva in mente solo la ragazza. «Sbrigatevi, ci serve viva e con la borsa.»

Raggiunsero la galleria e si fermarono sugli ultimi gradini. L’acqua aveva invaso parte della banchina e arrivava a ondate. «Cazzo, dov’è finita?»

«Le tracce si perdono qui» disse il tecnico.

«Che merda!» gridò Kurd attraverso un fazzoletto.

«Sì, ce n’è quanta ne vuoi» replicò Rob, indicando l’impronta di una scarpa. «Guarda, è la stessa rilevata sopra.»

Altre, ormai, si erano confuse con le loro.

«E allora, se n’è andata a nuoto?»

«A meno che la fogna abbia iniziato a riempirsi ora» disse il tutor in divisa. «L’ho detto prima, ha cominciato a piovere.»

«Ha un vantaggio di circa venti minuti» continuò il tecnico, «ma… vedo male una ragazzina di sedici anni tra le fogne.»

«Soli non combineremo niente» riconobbe Kurd, «se non è già crepata, manca poco.»

Claudine ebbe l’impressione di aver camminato per un tempo infinito quando incrociò un cunicolo simile a quello dal quale era entrata. Lo ispezionò con una rapida occhiata e lo giudicò ancora troppo vicino al punto in cui era scesa. Proseguì fino all’uscita successiva, e a quella dopo, dove la galleria curvò per confluire in una più ampia.

Si rese conto di avere le scarpe zuppe e rabbrividì per lo schifo. Le acque stavano crescendo e superavano il bordo della banchina. Malgrado questa stesse diventando sempre più scivolosa, decise di andare avanti ugualmente. Presto non avrebbe saputo dove mettere i piedi e il corrimano, umido e viscido, era l’unica cosa a cui aggrapparsi. Sembrava essere coperto di escrementi, ma “affogare come un topo, no!” si ripeté più volte, vincendo la repulsione.

Il livello del liquame si alzava in fretta ed ebbe paura di cadere; sarebbe stata una catastrofe. E mille immagini le affollarono la mente: dal terrore di sprofondare in una buca all’idea che dei ratti potessero assalirla. Un delirio a occhi aperti.

Le scarpe schizzavano acqua putrida in ogni direzione quando finalmente raggiunse il cunicolo della salvezza. Una placchetta blu indicava: “Boulevard Pereire.”

Salì i ripidi gradini con tanto impeto da perdere il fiato. Stremata, in cima al cunicolo, trovò dei pioli e si arrampicò finché la sua testa sbatté contro qualcosa.

Alzò la torcia e vide il chiusino di un tombino. Dai bordi colavano dei rivoli d’acqua e intuì che fuori stava piovendo. Provò a spingere, ma nulla da fare: era troppo pesante, non ce l’avrebbe mai fatta. Niente porte, nessun corridoio di servizio. Presa da un sentimento d’impotenza, cacciò un grido di rabbia, consapevole di dover cercare altre improbabili uscite, forse tutte bloccate.

Lottò contro lo sconforto. I tombini in genere stavano in strada: se anche fosse riuscita a uscire qualcuno l’avrebbe vista e allertato la gendarmeria; come offrirsi in pasto ai lupi.

All’improvviso udì picchiare contro la ghisa: colpetti secchi, indecifrabili. Tese l’orecchio. Poi il crepitio aumentò d’intensità e sembrò una vera e propria raffica di pallottole.

Diventò assordante e su una mano le cadde una goccia. Non pioveva soltanto, aveva cominciato a grandinare.

Per quanto l’ansia le mozzasse il respiro, quel rumore esterno agì da tranquillante. L’avvicinava al mondo dei vivi.

Quando ridiscese, il canaletto di scolo si era ingrossato come un torrente e la fogna era impraticabile.

Anche il pozzetto si stava riempiendo d’acqua, ma defluiva lungo i gradini. Guardò le proprie mani nere e non riuscì più a trattenere un pianto disperato, represso dal momento in cui era scappata dall’ascensore. L’ultimo barlume di speranza si stava dissolvendo in quel lurido buco.

Pianse finché, per quell’innata pulsione che induce un essere a sopravvivere fino al limite estremo, con uno sforzo di volontà cercò nella borsetta un altro fazzoletto di carta.

Facendo attenzione a non sporcarlo troppo con le sue dita infette, si asciugò le lacrime e si soffiò il naso. Però, un altro pensiero orribile prese il sopravvento: la luce della torcia si sarebbe potuta affievolire e al buio le sarebbe stato impossibile muoversi. Doveva controllare se nella borsa aveva delle batterie.

Nel canaletto, l’acqua precipitava con forza. Guardandola, pensò che fosse pulita. Certo, per modo di dire, ma meno sporca del liquame che le aveva inzuppato le scarpe: sciacquarle per bene fu subito una priorità.

Il contatto con quel ruscello che scendeva dalle caditoie in strada, trascinando chicchi di grandine ancora interi, si rivelò perfino piacevole. Erano freschi, grandi come biglie, e con le gallerie allagate non avrebbero potuto cercarla.

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