Nel garage, due uomini in tuta blu attendevano davanti all’ascensore con un grosso carrello per il trasporto delle merci.
La porta si aprì e uscì l’omicida.
«Svelti, ripulite tutto» ordinò, guardandosi intorno per assicurarsi che non ci fossero testimoni. Sapeva che altri spiavano il professore.
Il tagliacarte, sporco di sangue, ora era nelle mani del cameriere.
«Cos’è successo?» chiese uno di loro.
«È successo che questo coglione non sa riconoscere le magliette anticoltellata e si è fatto fottere! Fate sparire anche lui.»
Gli uomini presero dal carrello dei grossi sacchi scuri e prontamente vi trasferirono i corpi. Al cameriere fu tappata la bocca con uno straccio e da una siringa gli spruzzarono del liquido nel naso. Quindi, ancora vivo, venne richiuso in un sacco come il professore.
Un furgone blu con l’insegna dell’albergo accostò agli ascensori e ne scese un terzo uomo, massiccio e vestito da cuoco. «La stanno cercando» disse a bassa voce. «Riattiveranno le telecamere tra qualche minuto.»
Claudine arrivò all’incrocio successivo con il fiato talmente corto da non riuscire più a respirare. Un paio di stradine alla sua destra offrivano l’unica alternativa a un viale in cui si sentiva troppo esposta. Imboccò la più stretta e riprese a correre.
Ne percorse la metà prima di rendersi conto che rue Belidor era un vicolo che riportava dritto all’albergo. Si voltò, non la inseguiva nessuno. Confusa, non seppe più dove dirigersi. Tornare sui propri passi sarebbe stato un suicidio: “Un posto! Un posto qualsiasi!”
Vide due persone uscire da un negozio, di fianco al quale c’era un portone chiuso. Appena queste si allontanarono, la ragazza lo raggiunse in un lampo e provò a spingere, ma niente da fare. Senza un’impronta digitale non si sarebbe aperto.
A stento trattenne le lacrime. Sentiva le tempie pulsare e il viso madido di sudore. Non era il momento per stare male, si disse, sapendo che le succedeva sempre più spesso.
Si avvicinò al negozietto. La vetrina era ingombra di abiti e chincaglierie varie, con esposto un cartellino: sartoria e rammendi. Una boutique d’altri tempi, povera e mal illuminata.
Doveva assolutamente liberarsi dei vestiti, trasmettevano la sua posizione e l’avrebbero localizzata. Non ebbe scelta: malgrado la boutique potesse rivelarsi una trappola mortale, decise di entrare.
Una fotocellula rilevò il suo ingresso con un bip elettronico. Il locale, esteso in lunghezza, era stipato di oggetti d’epoca: vasetti e statuine, borsette e cappellini. Il regno dell’usato per la gente povera. Diede una rapida occhiata a tutte le cianfrusaglie e arraffò un vestitino celeste, un cappellino e un soprabito.
Una donna, in fondo a un tavolo, era impegnata a cucire un abito da sposa. Alle sue spalle c’era un camerino.
«Signora posso?» chiese nervosa.
Lei la vide tutta sudata e pallida. Non capì il perché di tanta fretta, ma annuì. Claudine, però, scorse anche una porta socchiusa con scritto: toilette.
«Ah, mi scusi… è urgente!» e si chiuse dentro senza darle tempo di rispondere.
Il bagnetto era minuscolo, con una finestrella aperta che dava su un cortile. Sbirciò fuori e calcolò che all’occorrenza sarebbe potuta sgusciare via da lì.
Attaccato a un gancio trovò un bastone appendiabiti. Facendo attenzione a non fare troppo rumore, lo incastrò tra il water e la porta.
Lo spazio era minimo, ma lei, agile e magrolina, si spogliò in un baleno e si tolse il tatoo-chip trasparente incollato sulla pancia.
Il dispositivo, una pellicola ultrasottile, elastica come la pelle umana e con un tatuaggio elettronico, le forniva un’identità e avrebbe permesso di trovarla. Disfarsene al più presto era vitale. Da quel momento, individuarla sarebbe stato più difficile. Lo appallottolò e lo nascose dietro allo specchio sopra al lavandino, pur sapendo che per lei ora sarebbe stato impossibile passare tra i tanti body scanner disseminati per la città.
Due uomini in divisa blu scura si avvicinarono alla boutique ed entrarono decisi.
«Ho appena perso il segnale» disse il più giovane. Facce da mastini e video occhiali sul naso, sprigionavano violenza e arroganza da ogni loro gesto.
Andarono verso il fondo del negozio, urtando degli oggetti che caddero a terra. «Dov’è?» chiesero alla donna.
Intimorita, grassoccia e di mezz’età, lei faticò ad alzarsi. «Ho… ho pagato» balbettò, «per favore non fate danni.»
Il più anziano dei due sorrise al più giovane, soddisfatto per la paura che le incuteva. Sfoggiava una stazza da oltre un quintale, con rotoli di grasso sui fianchi e un’espressione da idiota. «Dov’è?» ripeté. Poi si voltò verso il compagno, che con una manata aveva scostato la tenda del camerino con tale forza da staccarla dai ganci.
Quando Claudine li udì si era già rivestita. Lottando contro il panico recuperò le scarpe, elastiche e sportive, che restringendosi sul tallone si adattavano al piede da sole. Se collegate, trasmettevano al fabbricante i dati sull’usura, contando i passi, i chilometri percorsi o le ore trascorse in piedi. Ma senza il terminale integrato nei vestiti si sarebbero zittite. E fu rimettendosele che si accorse di una chiavetta per computer caduta per terra. Un oggetto familiare: sul piccolo astuccio verde c’era inciso Chauvin, come si usava nelle università per i casi di smarrimento. Era di suo padre e, senza pensarci, la nascose insieme al tatoo-chip.
Gridarono di nuovo e la maniglia si abbassò con prepotenza. Lei lasciò scivolare nel cortile la borsa, il soprabito e la borsetta, poggiò un piede sul water e infilò la testa nella finestrella.
Riuscì a passare attraverso il quadrato, ma planò a faccia in giù, sbucciandosi un polso. Non ci badò, ogni istante era prezioso.
Imprecando, il tutor sferrò un poderoso calcio alla porta, che si incrinò appena.
Ci riprovò una seconda volta.
«Puttana, si è barricata» disse guardando la sarta. Lei, tutta contratta, negò con la testa.
Il compagno, dopo aver tentato con una spallata, prese a dar calci con gli anfibi d’ordinanza.
La sbriciolò nella parte bassa e rimosse il bastone, ma della ragazza si era persa traccia. Volatilizzata nel nulla. Trovarono solo i suoi abiti ammucchiati sullo sciacquone.
«Merda!» gridò il ciccione.
Lanciò uno sguardo nel cortile, lo vide deserto e imprecò ancora. La finestra era troppo stretta per le loro corporature.
Tornò allora verso la donna e le mollò un ceffone. La poverina urlò e cercò di sottrarsi ad altre violenze. Questo infuriò lo sbirro che l’afferrò per i capelli e la sbatté contro gli scaffali. «Ha rubato dei vestiti? Hanno un’etichetta elettronica?» le sbraitò in faccia.
«Vendo vecchie cose» strillò dolorante.
«Si è cambiata, cosa cazzo ha preso?»
«È passata come un fulmine, non ho visto.»
Il giovane esaminava gli abiti esposti, tutti senza un chip, spiegando a qualcuno che la ragazzina se l’era filata da una finestrella. «È vestita vintage… quante ce ne saranno in giro?»
«Dove vuoi che fugga» disse il ciccione, aggiustandosi il cinturone sotto la pancia.
«Cazzo» vibrò una voce nelle stanghette a conduzione ossea dei loro video occhiali, mentre lasciavano il negozio. «Siete un branco di idioti? Muovete il culo!»
Claudine trovò un’uscita attraverso un passaggio tra due edifici, che la portò in un cortile più ampio e in fondo al quale c’era un cancello socchiuso. Le vie di Parigi erano sorvegliate dalle telecamere e l’assassino si era qualificato come poliziotto. Se era vero, per eluderle doveva rintanarsi in un palazzo.
Si appiattì contro un muro e si sforzò di ragionare. Era il primo luogo dove sarebbero venuti. Tutt’intorno un silenzio assoluto, non un’anima viva. Le finestre erano alte e protette da griglie metalliche. Nessuno a cui chiedere aiuto.
Le tornò in mente l’orrenda morte del padre, lo stiletto insanguinato, gli occhi terribili di quell’uomo.
Una serie di flash che la indussero a domandarsi cosa potesse fare, da sola, in una città sconosciuta. Si sentì persa.
Vicino al cancello intravide una porticina in legno. Dalla strada l’avrebbero vista, nondimeno l’istinto la guidò in quella direzione.
Notò che era già stata forzata, tenuta legata a un chiodo ricurvo con un pezzettino di fil di ferro arrugginito. Lo sganciò ed entrò trattenendo il respiro.
Sembrava un posto incustodito, stipato di vecchi mobili e pile di cartoni, tra polvere e odore di muffa. Appena gli occhi si abituarono all’oscurità scoprì che era una cucina in disuso, probabilmente quella di un ristorante.
Subito richiuse la porticina, spingendole contro una pesante scatola di cartone.
Da un corridoio filtrava un po’ di luce. Portava verso una sala in penombra, al centro della quale c’erano tavoli e sedie accatastate. Le finestre davano sulla strada.
Con le lenti a contatto elettroniche, conservate nella borsetta, avrebbe aumentato la luminosità, ma accese potevano emettere un segnale, come tanti oggetti di uso comune.
Cercò allora una piccola torcia LED nella borsa del padre e scoprì che conteneva del denaro. Ne fu sorpresa, non era poco. Di riflesso pensò che erano stati vittime di un tentativo di rapina.
Le lacrime le rigarono il viso. Se le asciugò, imponendosi di non cedere, di non perdersi d’animo. Suo padre era morto, lo sapeva, lo aveva visto. Doveva salvarsi.
Trovò la torcia, un tablet riavvolto e altri oggetti a cui non prestò attenzione. Uno, però, lo riconobbe al tatto: un altro mini Taser dotato di un sistema a mira laser, simile a due nacchere incollate. Li avevano acquistati insieme alcuni giorni prima del viaggio a Parigi. Il commesso aveva spiegato come andassero usati: premendo il pulsante dopo averlo sbloccato o con un semplice contatto sul corpo. Benché inefficace contro un’intera gang, ricordò con rabbia di averne visto gli effetti sul cameriere e decise di tenerlo in mano.
Sentì vociare. Erano poliziotti, già nei pressi del cancello.
Claudine si chinò per nascondersi, continuando a sbirciare fuori. Ne arrivarono altri con un’auto, in abiti civili, e con loro l’assassino in sella a una bici elettrica. Lo riconobbe immediatamente.
A breve distanza svolazzavano dei piccoli droni. Telecamere volanti che vigilavano sulla città. Ogni residua speranza di rivolgersi alle autorità svanì in un batter d’occhio. Presagì di essersi cacciata in trappola e scelse un altro riparo. Non avrebbero impiegato molto a individuare quella stessa porticina.
L’ingresso principale del ristorante dava sulla strada. Forse ce n’era un terzo, interno al palazzo.
Carponi, strisciò verso il retro del locale. Lì, accesa la torcia, incrociò una toilette priva di finestre. Nessun’altra uscita, solo dei gradini in legno che conducevano nel sottoscala. Scese e scorse un’ampia e fredda cantina piena di scaffali vuoti.
Per terra giacevano dei tappeti arrotolati che le diedero un brivido; nell’oscurità si sarebbero potuti scambiare per cadaveri. Appeso al soffitto, un grosso tubo attraversava l’intero interrato, per proseguire poi oltre una porta metallica.
Scavalcò i tappeti con ribrezzo, la raggiunse, e in rosso trovò scritto: “Comune di Parigi, vietato l’accesso. Attenzione! Pericolo di morte”, con il relativo simbolo; un teschio sopra a due ossa incrociate. Era bloccata da una grande leva da cui pendeva un sigillo rotto.
La ragazza si guardò alle spalle, indecisa; pensò fosse una cabina elettrica. Mosse comunque la pesante leva verso l’alto, con tutta la forza che aveva nelle braccia, e il cono di luce illuminò una serie di tubi del diametro di almeno trenta centimetri. Correvano sottoterra lungo un corridoio di servizio, dominato da un inconfondibile tanfo di fogna.
Con un moto di collera Claudine serrò forte le labbra e si guardò intorno disperata. Cercava un passaggio e l’aveva trovato, ma non erano le cantine del palazzo. Buio e angusto, il cunicolo incuteva paura.
Prese coraggio e decise di attraversare un confine costituito da uno zoccolo metallico, verniciato in rosso, richiudendo dietro a sé la porta che cigolò sui cardini. Sul lato opposto era umida e viscosa. Infilò fra i denti l’anello di corda che spuntava dalla torcia e ruotò la leva usando tutto il peso del corpo.
Le mani si fecero nere, piene di muffa. Le fissò a lungo, incapace di muovere un dito per il senso di repulsione provato per quel luogo. “Non arriveranno fin qui… non devono!”
Tremava per l’agitazione. Dalla borsetta, tenuta a tracolla insieme alla borsa del padre, con due dita tirò fuori un fazzoletto di carta per ripulirsi. Poi, con la torcia in una mano e il Taser nell’altra, decise di seguire i tubi, sopra ai quali passavano dei cavetti azzurri.
Sulle condutture erano impresse delle scritte: Acqua potabile, oppure: non potabile. Ovunque una gran quantità di ragnatele, e l’idea di ritrovarsene una sulla faccia le dava fremiti d’orrore. Per i ragni nutriva un’incontenibile fobia, nemmeno osava immaginare la loro grandezza.
Il sotterraneo era alto un paio di metri e largo altrettanto. Evitando di sfiorare le pareti, Claudine si incamminò con cautela.